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venerdì 4 novembre 2011

L'arte secondo Schopenhauer












 





Con questo articolo intendo presentare la filosofia dell'arte di Schopenhauer e collocare la posizione del filosofo rispetto ad una serie di altre posizioni in filosofia sempre sul tema dell'arte e dell'estetica. In particolare sarà oggetto dell'articolo cosa sia un'opera d'arte per Schopenhauer. Schopenhauer tratta il tema dell'arte nel terzo libro dell'opera: Il mondo come volontà e rappresentazione. Questo libro è collocato in un'opera più grande e all'interno di un sistema decisamente più complesso. Per questo, prima di capire e per capire cosa sia l'arte per Schopenahuer, conviene comprendere come funziona questo sistema.


Nella filosofia moderna è avvenuta una svolta che spesso viene attribuita a Cartesio, per la quale l'attenzione della filosofia si è spostata dall'oggetto al soggetto. Cartesio aveva dimostrato che, per quanto si potesse dubitare dell'esistenza degli oggetti, non si può dubitare dell'esistenza del soggetto in quanto soggetto che dubita. Ho dei problemi ha dimostrare che esistono gli altri, ma almeno io che dubito devo esistere, altrimenti non potrei dubitare. Da questo momento in poi l'oggetto incomincia ad essere visto come qualcosa che è conosciuto dal soggetto e in quanto si dà ad un soggetto. Locke e gli altri empiristi, rispetto a Cartesio, diranno che l'unica conoscenza possibile è la conoscenza del mondo sensibile, ma questa conoscenza non sarebbe nulla se non ci fosse un soggetto che conosce e percepisce un mondo. Ancora Locke supponeva che ci fosse una sostanza al di là delle qualità, ma della realtà non sensibile, delle cose come sono in quanto tali e non come sono in quanto le percepiamo noi che abbiamo dei sensi, non sappiamo niente. L'empirista, che crede che noi conosciamo solo il mondo empirico, ossia ciò che esperiamo con i sensi, diventa un idealista in quanto non può confermare l'esistenza di un mondo di oggetti indipendente dal soggetto che li percepisce. Berkeley asseriva che l'albero del giardino esiste solo quando è osservato da qualcuno ed esiste relativamente a chi lo percepisce, ma non ha senso dire che esiste un albero che non è percepito da nessuno. Kant metterà successivamente assieme la tradizione razionalista di Cartesio e quella empirista di Locke, affermando che l'unica realtà conoscibile è quella sensibile, ma che questa conoscenza sarebbe del tutto cieca se non fosse per il concetto che si applica all'intuizione sensibile. Con Kant il reale è diviso in due: la cosa per sé e la cosa in sé. Il fenomeno è l'oggetto in quanto è dato ad un soggetto che lo conosce, mentre il noumeno è l'oggetto in quanto è in sé, indipendentemente da qualsiasi relazione con il soggetto. 

 



Rispetto a tutte queste posizioni quella di Schopenhauer è davvero singolare. Certamente Schopenhauer adotta come prospettiva nel suo sistema la posizione di Kant, ma è la sua lettura di Kant ad essere originale. Egli non crede che la cosa in sé, come si interpreta ancora oggi, consista nell'oggetto. Piuttosto egli pensa ad una realtà originaria che chiama “volontà” e di cui ogni cosa è oggettivazione. L'intera realtà, come anche il corpo nostro, per Schopenhauer ha sempre due facce: la rappresentazione e la volontà. Questo dualismo tenta quasi di ricalcare il dualismo fenomeno/noumeno di Kant, con delle differenze. Kant solitamente è definito idealista e del resto definiva come esistente tutto ciò che appare in un campo dello spazio-tempo ad un dato soggetto. Lo spazio e il tempo sono forme a priori della sensibilità, perciò non sono dedotte da nessuna esperienza, ma sono implicite in tutte le esperienze come condizioni di ogni esperienza possibile. Inoltre Kant afferma l'esistenza di categorie del tutto innate nel nostro intelletto che vanno a determinare la singola intuizione. Per Kant la realtà non può che dipendere da come siamo fatti noi. Schopenhauer riprende molti dei temi da Kant, egli asserisce che la realtà come la vediamo dipende principalmente dal principio di ragion sufficiente, quindi dallo spazio, il tempo e la causalità. Schopenahuer, tuttavia, non è un'idealista, è piuttosto un noto critico degli idealisti. L'idealista pensa come unica realtà quella realtà che si dà al soggetto, ma con questo non può asserire che esista un realtà che precede il soggetto. A questo punto sorge una domanda: donde viene il soggetto? Se l'unica realtà è quella empirica o quella che percepiamo coi sensi, dato che l'umanità non esiste da sempre su questo universo, che ne è per un idealista dell'universo prima dell'uomo? Schopenhauer prende spesso in giro quelle persone che confondono i limiti del campo visivo o del visibile con quelli del mondo. Il mondo è esistito chiaramente molto prima di noi e la rappresentazione di Schopenhauer non è più del soggetto che dell'oggetto. In un certo senso prende assieme i due punti di vista. Schopenhauer conferma l'esistenza del mondo prima dell'uomo a partire dal ritrovamento dei resti di grandi cetacei che hanno preceduto la venuta dell'uomo. 

 
Il lato della rappresentazione costituisce il lato dell'immagine e del fenomeno. L'altro lato è costituito dalla realtà in quanto è oggettivazione della volontà. Schopenhauer legge in modo originale il noumeno di Kant, non come l'aspetto reale dell'oggetto o la vera natura dell'ente, ma come una volontà eterna, cieca e infinita che si oggettiva in ogni fenomeno. Kant ha detto che il noumeno non è conoscibile, ma era certo che dovesse esservi un noumeno per il semplice fatto che il fenomeno in quanto tale lasciava ancora aperto un campo indeterminato per una cosa che non è per il soggetto, ma è in sé. Di questa cosa Kant ci dice semplicemente che non vale quel che vale per il fenomeno, quindi non valgono le varie forme a priori della sensibilità e non valgono le categorie. Da questo Schopenhauer deduce che la cosa in sé non ha spazio, non ha tempo, non è soggetta alla causalità, ma è al massimo causa prima e così via. 

 
Ho detto che la realtà per Schopenhauer è data da due facce: la volontà e la rappresentazione. Questo è vero, ma è anche vero che ci sono dei termini intermedi tra la volontà e la rappresentazioni e questi termini intermedi costituiscono i gradi di oggettivazione della volontà. Di questi gradi due sono quelli essenziali: il soggetto puro e l'idea. Ogni cosa, per Schopenhauer, in quanto è un fenomeno è oggettivazione di un'idea che si mescola con la materia. In questo Schopenhauer segue perfettamente Platone, proprio perché distingue nella copia un principio materiale che schiva l'idea e allo stesso tempo riconosce la copia come copia di un modello o idea. La materia, secondo Schopenhauer consiste principalmente in causalità, dunque è un agire (Wirkung). Questi due gradi di oggettivazione della volontà costituiscono i termini fondamentali per capire la nozione di arte di Schopenhauer. La volontà in Schopenahuer agisce in modo da determinare e condizionare ogni soggetto ad agire in modo tale da soddisfare questo impulso che promana dalla volontà stessa che è la volontà di vivere. Ora, siccome la volontà è una e unica, ma oggettivandosi, prima nelle idee e poi nei fenomeni, diventa molteplice, ne segue che le varie volontà singole, perseguendo la volontà generale, entrano in conflitto l'una con l'altra. La vita, a questo punto, diventa un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, come un cammina sui carboni ardenti in un cerchio che ripete incessantemente le stesse scene. Noi desideriamo qualcosa (notate che qui desiderio e volontà coincidono) e se soddisfiamo il nostro desiderio saremo felici, ma per poco, altrimenti vivremo nella noia e nel dolore. Subito posto un altro desiderio, ricominceremo a soffrire. A patire da questa situazione l'arte in Schopenhauer diventa una fuga. Una via d'uscita da questa situazione di sofferenza e di estrema precarietà. 
 
L'artista in Schopenhauer è qualcuno che si libera momentaneamente dal condizionamento della volontà per contemplare le idee ed elevarsi a soggetto puro al di là del suo ego. Allo stesso tempo l'artista vuole regalare questa sensazione e questo stato a chiunque contempli la sua opera d'arte. L'arte dunque consiste prima di tutto in un'esperienza: l'esperienza della contemplazione delle idee come modelli dei fenomeni e l'esperienza dell'elevazione di sé al là del proprio soggetto. Dato che i fenomeni sono molti e i soggetti anche, l'esperienza dell'artista e di chi contempla l'opera d'arte consiste nel superamento mistico dello stato di individualità. In questa esperienza e nella capacità di persistere a lungo in questa esperienza si distingue l'artista come un genio. Non ci sono scienziati geni per Schopenhauer, in quanto la scienza è ancora serva della volontà, del fine pratico della tecnologia e così via. L'artista, al contrario, è un genio poiché riesce a cogliere, tramite intuizione, l'idea in ogni cosa e riesce a trasmetterla agli altri nella sua opera. L'esperienza estetica dell'artista consiste in una contemplazione dell'idea che è basata su un'intuizione, la quale è del tutto estranea al pensiero razionale e classificatore che domina in filosofia e nelle altre scienze.


Ovviamente sono presenti in Schopenhauer le due grandi categorie dell'estetica: il bello e il sublime. Per quanto riguarda il bello Schopenhauer afferma che ogni cosa è di per sé bella in quanto è oggettivazione di una idea, per cui la forza e la capacità dell'artista stanno nel cogliere l'idea al di là del mero ente individuale. Schopenhauer spesso elogia per questo i pittori fiamminghi, in quanto sanno cogliere il bello negli oggetti della realtà quotidiana. Per esempio Schopenhauer cita i paesaggi di Jacob van Ryusdael. Per quanto riguarda il sublime Schopenhauer usa la terminologia kantiana della Critica del giudizio. Kant distingue due forme di sublime: il sublime matematico e il sublime dinamico. Il sublime matematico è quella sensazione che proviamo di fronte ad uno spazio sconfinato ed enorme, il quale ci fa sentire veramente piccoli. Un esempio potrebbe essere un possibile astronauta nell'universo che osserva una nebulosa. Il sublime dinamico è quel sentimento che proviamo di fronte alla potenza della natura, la quale ci fa sentire estremamente impotenti. Questo accade con le trombe d'aria, gli tsunami e le eruzioni vulcaniche. Ovviamente per apprezzare questi eventi non si deve essere nei paraggi, ma si deve essere in grado di poterli osservare da una grande distanza. 





 (Jacob van Ryusdael: Landscape with a millrun and ruins)


 
L'opposto del sublime è l'eccitazione. L'eccitazione per Schopenhauer è sempre un risveglio della volontà in noi, ma l'arte deve impedire questo risveglio. Tuttavia nell'arte si trovano rappresentazioni di cibo e donne nude che possono portare l'uomo all'eccitazione, piuttosto che ad un sentimento di sublime e una contemplazione estetica del bello in quanto tale. Questi elementi, secondo Schopenhauer, andrebbero decisamente evitati, in quanto comprometto la contemplazione estetica che è essenziale nell'opera d'arte. Questa osservazione sull'eccitazione permette a Schopenhauer di poter fare un'analisi delle varie forme di arte, classificandole in modo da distinguere quella meno influenzata dalla volontà da quella che è più influenzata dalla volontà. La prima forma di arte presa in considerazione da Schopenhauer è l'architettura. L'architettura ha il difetto di essere sottomessa a dei fini pratici, i quali la mescolano certamente con la volontà. Tuttavia, quanto più l'architetto riesce a perseguire dei fini estetici e non pratici, tanto più riesce nella creazione di una opera d'arte. Schopenhauer con il suo concetto di arte ribalta completamente la teoria di Platone sull'arte, ma continua a conservarne un qualche senso. Platone sosteneva che la realtà è copia delle idee che sono i modelli originari della realtà. Un tavolo, ad esempio, è copia dell'idea del tavolo, la quale ne rappresenta l'essenza. L'artista per Platone, al contrario di quel che afferma Schopenhauer, non contempla l'idea, osserva la copia e fa un'imitazione della copia. In questo senso Platone condanna l'arte perché è copia della copia. Schopenhauer, al contrario, fa dell'arte il prodotto della contemplazione del genio, il cui oggetto è l'idea stessa. Tuttavia l'artista in qualche modo imita l'idea con l'opera d'arte. Questo fatto vale per ogni opera d'arte tranne l'architettura, la quale non imita, ma presenta la cosa stessa. L'architettura funziona, dal punto di vista artistico, laddove riesce a creare armonia nelle parti dell'opera, di una natura tale che, osserva Schopenhauer, se togliessimo una delle parti alla costruzione, crollerebbe tutto. Per l'architettura Schopenhauer cita esempi dall'arte romana, greca e gotica, ma cita anche mirabili esempi di arte idraulica come la fontana di Trevi di Roma. 


 
Dopo l'architettura per Schopenhauer viene la scultura. Nella scultura, secondo il filosofo, sono due gli elementi più rilevanti: la bellezza e la grazia. Schopenhauer scredita l'idea secondo la quale gli scultori greci, per fare una statua, utilizzassero come modelli un sacco di donne o uomini dai quali prendevano le parti migliori (naso, occhi, seno, ecc.). Se così fosse, la conoscenza del bello sarebbe a posteriori e su base empirica. Al contrario, Schopenhauer pensa la bellezza come il cogliere l'idea della cosa al di là del suo fenomeno, tramite un'intuizione. Questa è la capacità del genio, perciò la bellezza è conoscenza a priori e non a posteriori. Sebbene sia vero che tutti possono, con uno sforzo, cercar di cogliere con l'intelletto la natura di una cosa. L'abilità vera dell'artista consiste nel mostrarci quella stessa natura in un modo che non avremmo mai pensato. In questo senso, probabilmente, Michelangelo è un'artista abbastanza schopenhaueriano, in quanto, ogni volta che scolpisce tenta di trarre l'idea dal marmo o dal materiale usato. 





 (Laocoonte)

 
Nella scultura Schopenhauer cita il caso del Laocoonte, un caso che aveva sollevato una grande discussione da parte di noti studiosi tedeschi come Winckelmann, Lessing e Goethe. La discussione concerneva l'espressione del grido da parte di Laocoonte. La discussione era nata dal fatto che il grido sembra contraddire la bellezza e l'esperienza estetica che si può provare in un'opera d'arte. È stato detto di tutto per dimostrare che il grido non può avere luogo in quella statua, ma la risposta di Schopenhauer a questo è piuttosto spiazzante e banale: le statue non gridano. Questa incapacità di esprimere il suono nella scultura rivela la superiorità della poesia e di altri mezzi artistici. Dopo la scultura si collocano la pittura e oltre la pittura la poesia. Nella scultura, nella pittura e anche nella poesia, l'artista cerca di fare una copia dell'idea, di cogliere intuitivamente l'idea e rappresentarla nell'opera d'arte. L'idea non va confusa con il concetto. L'idea è un'unità che precede la molteplicità dei fenomeni, mentre il concetto è un'unità che segue la molteplicità dei fenomeni. All'idea si arriva per intuizione, mentre al concetto per astrazione. L'allegoria, in quanto implica il concetto, si adatta veramente poco alle opere d'arte. L'allegoria non funziona per niente nella pittura, ma svolge un ruolo molto importante nella poesia. Ad un certo punto Schopenhauer scrive sul tema del rapporto tra la storia e l'arte. Lo storico coglie degli eventi e delle azioni degli uomini, non l'idea dell'umanità o l'idea intuitiva che vi alberga dietro, ma solamente la parte esteriore, ossia tutti i fenomeni esterni. La poesia, al contrario, coglie effettivamente l'idea ed è come se Schopenhauer considerasse la poesia più vera della storia, da quanto afferma. In ogni caso la poesia chiude il ciclo di quelle arti che si ispirano all'idea stessa per riprodurla, culminando al grado più sommo, rappresentato dalla tragedia. 

 
L'arte somma per Schopenhauer è la musica, ma la musica differisce completamente nella natura rispetto a tutte le altre arti. La musica è arte somma perché è la meno mescolata con la volontà, in quanto è puro suono e melodia. La musica non imita l'idea, non si ispira a questa, ma si colloca sullo stesso piano dell'idea. La musica, dunque, è direttamente espressione della volontà, senza questo passaggio intermedio per le idee. Anche per questo la musica si colloca al di sopra di tutte le altre arti e le pagine che scrive Schopenhauer sulla musica sono davvero belle e trovano posto nelle ultime pagine del terzo libro del Mondo come volontà e rappresentazione. In queste Schopenhauer descrive la musica come linguaggio universale, comune a tutti i popoli. Un linguaggio che trova una perfetta analogia nella natura, di modo che ogni suono corrisponde ad una parte del mondo naturale: i suoni bassi alla natura inorganica, mentre quelli alti al mondo vegetale ed animale.


Riassumendo l'opera d'arte per Schopenahuer è questo:


1) Un qualcosa attraverso il quale l'artista esprime in taluni casi un'idea come oggettivazione della volontà o la volontà stessa.


2) L'opera d'arte è un'esperienza mistica nella quale l'artista supera i limiti della condizione dell'individualità, sia perché raggiunge lo stato di soggetto puro, sia perché coglie l'idea al di là della molteplicità dei fenomeni.

3) L'opera d'arte certamente riguarda il bello, ma il bello non è nella cosa individuale. Si tratta piuttosto di cogliere il bello, trovando l'idea dietro alla molteplicità degli enti.

4) L'opera d'arte è un mezzo per l'uomo che ha il fine di portarlo al distacco dalla volontà. L'artista stesso si prende carico di questo compito nella produzione dell'opera. Quindi un'opera d'arte deve suscitare nel soggetto che ne fruisce un'esperienza particolare che gli permette per un certo tempo di trascendere il suo condizionamento da parte della volontà.