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sabato 7 aprile 2018

Levi Bryant: il virtuale nella sostanza III b2





2 Ontologia orientata al virtuale: come usare Deleuze nell'ontologia orientata all'oggetto

In questa seconda parte su Levi Bryant intendo addentrarmi sempre di più nel tema ontologico del libro Democracy of the objects (democrazia degli oggetti). In questo articolo tratterò meglio del tema della sostanza. Secondo la terminologia della filosofia classica un oggetto è fatto di sostanza e qualità; le qualità sono attributi della sostanza. Di solito si distingue nella sostanza ciò che è accidente da ciò che è essenziale. Se pensiamo ad una sedia come oggetto, l'oggetto ha una sostanza e una serie di proprietà (materiale, colore, forma, numero gambe, schienale, ecc.). Ci sono proprietà tolte le quali la sedia non potrebbe più essere definita sedia. Supponendo che queste siano l'avere quattro gambe e uno schienale, ne segue che queste sono proprietà essenziali, mentre tutte quelle proprietà che non sono essenziali sono accidentali. Questi sono i termini classici usati nello studio dell'oggetto in filosofia, ma ci sono filosofi che non ammettono l'esistenza di essenze e altri che non credono nemmeno nell'esistenza della sostanza. Vediamo meglio questo secondo problema: l'esistenza della sostanza. Molta della terminologia classica dell'ontologia in filosofia viene dal testo Metafisica di Aristotele. Aristotele è il filosofo a cui si deve la teoria della sostanza. La sostanza in Aristotele è ciò che non può essere predicato di qualcos'altro ed è qualcosa di semplice (non divisibile). Le sostanze, inoltre, secondo Aristotele, non sono dialettiche, al contrario delle qualità. Per ogni qualità esiste un suo contrario, per esempio una cosa o è rossa o è non rossa. La sostanza non funziona come la logica dei contrari della dialettica. La sostanza sta per l'individuo, mentre la qualità rimane ancora su un piano generale. Le sostanze normalmente si distinguono per numero e per via delle qualità che possiedono, tuttavia la sostanza non è mai l'insieme delle qualità e tanto meno la mera somma delle sue parti. Se la sostanza non è la somma delle sue parti e non è nemmeno la semplice unione delle sue qualità: che cos'è la sostanza? La sostanza per definizione è qualcosa che sta sotto, come un sostrato; così almeno era pensata dai primi filosofi. Questo concetto è rimasto a lungo dominante nel campo della filosofia sino alla sua messa in discussione da parte degli empiristi. L'empirista, il quale fonda il proprio sapere sulla pura realtà empirica, critica il concetto di sostanza come qualcosa di oscuro. Dal punto di vista sensibile non si vedono che qualità, perché allora aggiungere la sostanza? Come ho spiegato nell'articolo precedente, questo problema emerge nell'empirista perché l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a ciò che possiamo esperire con i nostri cinque sensi. Da quella prospettiva la sostanza appare come un'entità supposta, oscura e del tutto invisibile. John Locke è stato il primo a mettere in discussione l'esistenza della sostanza, ma Locke continuava ancora a sostenere che qualcosa come la sostanza, sebbene si tratti di qualcosa di non conoscibile, deve esistere. Solamente con Berkeley, e successivamente con David Hume, la sostanza è stata completamente eliminata a favore delle sole qualità. In questo senso l'oggetto è ridotto alle sue qualità sensibili e diventa, come nel caso di Hume, una semplice impressione. Il passaggio successivo, come è successo con la causalità, è stato quello di porre il fondamento della sostanza non nella cosa esterna, ma nella struttura dell'intelletto umano. Dunque il passo successivo è stato compiuto da Kant. Kant ha pensato la sostanza come categoria dell'intelletto.

Oggi la categoria di sostanza torna a giocare un ruolo importante nella filosofia continentale, soprattutto nell'ambito dell'ontologia orientata all'oggetto. Senza la sostanza non vi sarebbe un oggetto propriamente detto. Chi ha negato l'esistenza della sostanza ha negato l'esistenza degli oggetti o ha ridotto gli oggetti a mere impressioni. L'ontologia orientata all'oggetto intende difendere la nozione di oggetto di fronte a qualsiasi tipo di riduzione. La categoria di sostanza gioca un ruolo importante nel pensiero di Graham Harman, ma ne gioca uno altrettanto importante in quello di Levi Bryant. Detto ciò: come si risolve il paradosso della sostanza? Bryant lo risolve pensando la sostanza come una frattura tra le qualità e la sostanzialità. L'essenza della sostanza consiste nell'alienarsi da sé e questa frattura genera una differenza. Secondo Bryant ciò che definisce l'oggetto non è tanto l'insieme delle sue qualità, ma le sue capacità e i suoi poteri. Di fatto un oggetto potrebbe non avere qualità, ma necessariamente avrà delle capacità. Non solo! le relazioni sono sempre esterne rispetto all'oggetto e non interne. Bhaskar distingue tra il sistema chiuso e il sistema aperto. Solo nel sistema chiuso avvengono fenomeni di costanti connessioni di eventi, per questo la relazione non può essere interna all'oggetto. Più precisamente Levi Bryant distingue due forme di relazioni: endo-relazioni (endorelations) come relazioni che costituiscono la struttura interna degli oggetti; exo-relazioni (exorelations) come relazioni che intrattiene l'oggetto con altri oggetti. L'oggetto, dunque, non è definito dalle sue qualità o dalle relazioni con altri oggetti (exo-relazioni), ma dal suo potere che è un potere di produrre eventi. Bryant definisce la sostanza come una macchina differenziale (difference engine). L'ontologia che difende Bryant è un'ontologia orientata alle macchine che, come spiegherò, si ispira molto alla filosofia di Gilles Deleuze. Con Deleuze Levi Bryant sostiene lo statuto di virtualità dell'ente in quanto tale rispetto alle sue manifestazioni locali. Levi Bryant divide la sostanza come essere propriamente virtuale (virtual proper being) dalle qualità e gli eventi, i quali costituiscono semplicemente delle manifestazioni locali (local manifestations). La manifestazione locale potrebbe essere confusa con il dato empirico, ma qui Bryant suggerisce di non farlo, perché la manifestazione locale va distinta dalla manifestazione per un soggetto. Questo lo afferma in quanto sostiene che le manifestazioni locali sono notevolmente maggiori di ciò che è dato nel campo empirico ad un soggetto. La manifestazione locale certamente dipende dal contesto e può essere una qualità o un evento. Tuttavia la qualità, secondo Levi Bryant, non è qualcosa che l'oggetto possiede, ma è qualcosa che l'oggetto fa. La qualità è una produzione a partire dal fatto che l'oggetto ha una capacità o un certo potere. La frattura tra il virtuale e l'attuale, tra la sostanza e le sue qualità, è ciò che viene definito da Bryant con il termine "differenza".

In queste pagine Bryant parla spesso di Graham Harman, filosofo con cui condivide alcuni punti cruciali nell'ontologia. Prima di tutto Bryant sostiene che l'oggetto non è solamente in quanto è accessibile ad un soggetto, ma che il soggetto, lui stesso, è un oggetto come gli altri. In secondo luogo Bryant afferma che l'oggetto non deve essere mai ridotto né alle impressioni sensibili che si danno al soggetto e nemmeno alle parti o componenti più piccole che lo costituiscono. Prendendo un esempio da Harman citato da Bryant: non è che l'esercito debba essere ridotto ai suoi soldati, come se l'unica cosa che esiste fossero solamente i soldati, mentre l'esercito non esiste. Il problema diventa, a questo punto, quello di costruire un'ontologia che possa tenere conto di entità molto complesse e spiegare in che modo queste non siano riducibili alle loro parti. Ogni livello dell'ontologia deve essere tenuto distinto, assegnandogli un'esistenza sua propria. L'esercito, in questo esempio, è sostanza quanto i singoli soldati. Un'ultima cosa: se anche il soggetto è un oggetto, questo significa che l'ontologia orientata all'oggetto rompe con la tradizione che pensa l'oggetto come opposto al soggetto, cioè rompe con l'origine stessa della parola oggetto, la quale sia in latino che in tedesco sta a significare etimologicamente ciò che sta contro.

Il problema della sostanza consiste nel fatto che giace al di là del campo che comprende tutto ciò che è sensibile, perciò non è accessibile all'uomo attraverso i sensi. Questo costituisce un problema tipicamente correlazionista, in quanto, essendo che la sostanza non è conoscibile, non è possibile dire che esiste. Questo problema nasce dal fatto che il correlazionista fa dipendere l'essere della realtà dalle nostre facoltà cognitive e dalla nostra possibilità di accadere ad essa. Il realismo speculativo rompe completamente con l'idea che l'essere dipenda dal sapere. In questo senso, per il realismo speculativo, la sostanza è completamente indipendente rispetto a ciò che noi sappiamo sulla sua natura e non dipende per nulla dalla nostra conoscenza di essa. Nel caso di Levi Bryant le sostanze non sono unità, ma delle molteplicità. In questo Bryant segue Giles Deleuze come filosofo del virtuale nella sostanza. Un caso presentato di sostanza, usato come esempio, da parte di Bryant, è la tazza di caffè blu. Levi Bryant distingue l'essere propriamente virtuale (virtual proper being) come struttura formattata e unità che dura nel tempo dalle manifestazioni locali (local manifestation) che sono rappresentate dalle differenti qualità dell'oggetto. L'oggetto in quanto tale è costituito dal suo essere propriamente virtuale, rispetto al quale ogni qualità è una pura attualizzazione di questo essere virtuale. Le attualizzazioni costituiscono la parte manifesta dell'oggetto. Tuttavia, la manifestazione, come osserva Bryant, non va intesa come una presentazione dell'ente ad un soggetto. La manifestazione resta tale anche senza alcun osservatore. Ciò che dipende dall'osservatore è l'apparenza o il fenomeno, ma questo costituisce solo un sottoinsieme della manifestazione. Secondo Levi Bryant la sostanza, a differenza di quel che si dice nell'ontologia classica, non è un sostrato, ma una organizzazione di qualità. Sapendo che le qualità mutano dell'oggetto, gli ontologi classici per cercare la sostanza hanno intrapreso la via dell'astrazione, ossia hanno sempre cercato quel che rimaneva identico nei vari mutamenti. Bryant prende un'altra strada: quella del virtuale. In questo modo l'oggetto è definito da Bryant a partire dai suoi poteri, ma l'insieme dei poteri dell'oggetto è necessariamente maggiore rispetto a tutte le qualità e le manifestazioni locali che di volta in volta si danno dell'oggetto. Levi Bryant riprende la teoria del virtuale dal filosofo Gilles Deleuze, ma adotta anche una certa versione più recente di questa teoria sviluppata dal filosofo Manuel De Landa. Bryant, ad esempio, condivide con De Landa la distinzione tra lo spazio di fase dell'oggetto e i poteri dell'oggetto. De Landa rilegge il concetto di molteplicità deleuziana a partire dalla teoria dei sistemi dinamici della fisica. Secondo Deleuze, così come nel matematico Riemann, matematico da cui Deleuze riprende il concetto, la molteplicità è uno spazio n-dimensionale. Questo spazio nella teoria del virtuale di De Landa diventa lo spazio di tutte le trasformazioni possibili dell'oggetto. Se prendiamo un oggetto come un pendolo, asserisce De Landa, questo oggetto può mutare nella posizione o nello slancio. Il pendolo dunque ha due gradi di libertà e due mutamenti possibili, perciò la molteplicità corrispondente al pendolo ha due dimensioni. Lo stato attuale del pendolo è definito da un punto in quello spazio che costituisce uno spazio di fase. Tra un massimo e un minimo il pendolo attraversa diversi punti. De Landa cita anche altri esempi: la bicicletta, essendo composta di manubrio, ruota davanti, ruota posteriore e due pedali, potendo questi cinque elementi mutare solo in due modi (posizione e slancio), avrà dieci gradi di libertà e corrisponderà ad uno spazio a dieci dimensioni. Anche qui, a seconda dei mutamenti attuali della bicicletta, la bicicletta occuperà uno punto nello spazio di fase. 







 

Con questa visione del virtuale, quella di De Landa, Levi Bryant intende intraprende una strada diversa da quella di De Landa in quanto De Landa pensa il virtuale come insieme di processi nei quali l'ente avrebbe potuto essere stato coinvolto, ma non lo è stato, mentre Bryant pensa il virtuale come insieme dei poteri che l'ente stesso possiede. Per esempio, Bryant afferma che la tazza blu non è blu nel senso che possiede la qualità del blu, ma nel senso che blueggia (the mug is bluing), che ha il potere di manifestarsi come blu. Questo potere è il potere si assumere un certa gamma di colori, non tanto potere di essere solamente blu. La nitidezza e la chiarezza del colore blu o dei colori della tazza può mutare completamente, ma quando, ad esempio, la tazza appare nera, non bisogna pensare semplicemente che il suo colore è nascosto, che l'assenza di luce non lo mostra, ma bisogna pensare piuttosto che quello è un altro modo di manifestarsi della sostanza della tazza. Ovviamente i colori che assume la tazza dipendono dalle exorelazioni che intrattiene la tazza stessa e certamente dipendono anche dalla luce, ma queste exorelazioni sono molte. L'insieme delle exorelationi spiegano il mutamento delle qualità di un ente. Per esempio il cambiamento della temperatura.

Questo riferimento alle exorelationi nel virtuale è molto importante, in quanto, mentre le attualizzazioni locali seguono la logica della geometria, il virtuale segue la logica della topologia. Bryant cita Steven Connor, il quale definisce la topologia come lo studio delle strutture spaziali che rimangono invariate rispetto a deformazioni come l'allungamento o la piegatura. Bryant interpreta la geometria e la topologia come due modi differenti di approcciarsi allo spazio, due aspetti della sostanza: virtuale e attuale. Questo aspetto è importante perché con questo Bryant si distanzia ulteriormente da Manuel De Landa, il quale pensa comunque una continuità tra la topologia e le altre geometrie, una continuità resa possibile da un fenomeno di rottura di simmetria che permette di passare da una geometria più simmetrica ad una meno simmetrica, seguendo la gerarchia delle geometrie sognata da Felix Klein, il quale poneva la topologia al vertice e la geometria euclidea ai piedi della piramide. In Bryant, al contrario, si riscontra piuttosto una cesura tra i due termini. I poteri dell'ente in quanto virtuale sono tutti sul lato della topologia e sono funzioni di exorelazioni che l'ente intrattiene con altri enti. Ogni variazione topologica costituisce un punto nello spazio di fase.

Sembra strano dover pensare che le qualità non sono cose possedute dall'oggetto, ma effetti dei suoi poteri e che quindi l'oggetto agisce. Questo, secondo Levi Bryant, dipende dal fatto che non siamo molto abituati ad osservare variazioni nell'oggetto, che l'oggetto spesso ci appare in quiete e piuttosto stabile. Bergson è stato il primo ad osservare che la percezione è di natura fotografica, che quindi tende a non cogliere il divenire che pure è implicito in ogni cosa. Simondon è un altro ad aver sottolineato il pregiudizio dell'uomo a favore delle manifestazioni locali, dell'individuo già dato. Non cogliamo l'oggetto come qualcosa che agisce. In effetti, afferma Bryant, nel nostro mondo una serie di condizioni sono piuttosto stabili (gravità, pressione e temperatura), per questo si confondo le qualità con gli oggetti, per questo le exorelazioni dell'oggetto sono relativamente stabili. 

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sabato 26 maggio 2018

Levi Bryant: la democrazia degli oggetti III b3




Levi Bryant, la democrazia degli ogetti




Nell'articolo precedente ho incominciato a spiegare la nozione di virtuale nella sostanza, all'interno del pensiero di Levi Bryant. In questo articolo proseguo quel discorso, andando avanti con la mia analisi del testo: Democrazia degli oggetti. È centrale il concetto di virtuale di Bryant perché spiega in che modo egli intende la sostanza. La sostanza non è un sostrato, ma un insieme di poteri. Il virtuale non è il mondo digitale del computer, il quale, semplicemente, riproduce il mondo attuale. Il termine virtuale, afferma Bryant, viene dal latino "virtus" e in latino questa parola indica proprio la potenza e la capacità. Bryant colloca il virtuale non sul lato del processo, come fanno filosofi come Manuel De Landa, ma sul lato dell'individuo. Se il virtuale è sul lato dell'individuo, allora come conciliare questo fatto con una certa posizione monista assunta dallo stesso Deleuze? Deleuze stesso descrive il virtuale come una realtà unica e continua che si differenzia in sé stessa e con questo processo genera la realtà attuale così come la conosciamo. Levi Bryant distingue due forme di monismo:

1 Tutto è espressione di una sola Sostanza. (Spinoza)

2 C'è un solo modo d'essere, ma gli esseri sono molti e distinti. (Lucrezio)

Sebbene il pensiero di Deleuze sembra sostenere la prima forma di monismo, l'ontologia orientata all'oggetto di Bryant intende muoversi verso la seconda forma di monismo. Bryant cita alcuni passaggi dei testi di Deleuze che fanno pensare che Deleuze avesse ritenuto che il virtuale fosse parte dell'oggetto. In ogni caso Levi Bryant non crede che esista un continuo che si differenzia in se stesso, in quanto questo continuo non sarebbe in grado di spiegare la formazione di sistemi chiusi nei quali gli oggetti possono esprimere i propri poteri. Bryant critica questa concezione dominante nel pensiero deleuziano del virtuale come continuo che si differenzia per generare la realtà attuale, spiegando che, in questo modo, la potenzialità del virtuale consisterebbe semplicemente nel potersi alienare da sé e ridursi ad una semplice, nonché sterile, realtà attuale nella quale ogni differenza è cancellata. Quest'ultimo passaggio suona strano: ogni differenza è cancellata? la differenza in sé domina il piano del virtuale, ma la differenza in sé è ciò che è perché esiste un movimento di differenziazione che fa sì che la realtà virtuale differisca da sé. Solo con questo processo interno la realtà virtuale può generare la realtà attuale. Tuttavia nella realtà virtuale, ossia in quel continuo, non c'è distinzione netta tra una cosa e l'altra, mentre nell'attuale gli enti sono nettamente distinti. Questo secondo concetto di distinzione corrisponde alla differenza empirica o per sé. Quando, per esempio, dico che una palla gialla è diversa da una rossa per il colore. Quando Bryant afferma che la sostanza è una macchina differenziale, dice differenza nel senso della differenza in sé e non della differenza empirica. La differenza empirica, in ogni caso, non è cancellata nella realtà attuale, ma è cancellata solo la differenza in sé che è alla base del processo di differenziazione. In questa visione del virtuale, visione sostenuta da Deleuze stesso secondo molti, da Manuel De Landa e da Peter Hallward, l'individuo non è altro che un prodotto del virtuale, come la creatura dell'atto di creazione. Il virtuale non è ciò che produce l'individuo, ma una dimensione dell'individuo stesso. Questo è, invece, quello che intende dire Bryant.


Levi Bryant cerca di comprendere quale sia il problema che si nasconde dietro la nozione di virtuale di Deleuze. In questo cerca di seguire lo stesso metodo di Deleuze, il quale affermava che i filosofi costruiscono concetti e questi concetti non sono altro che delle risposte a dei problemi specifici. L'idea che il virtuale sia un continuo, secondo Bryant, non funziona perché non può spiegare come le sostanze possono influenzarsi a vicenda. Al contrario Bryant pensa che il virtuale debba rispondere al problema dello scarto tra l'oggetto e le sue qualità. È chiaro che la sostanza non coincide con le sue qualità, osserva Bryant, altrimenti non potremmo spiegare come l'identità dell'oggetto possa conservarsi attraverso i suoi molteplici mutamenti. Chi ha ridotto l'oggetto alle sue qualità, spesso ha fatto dell'identità di un oggetto una semplice convenzione. Questo porterebbe all'idea che a seguito dei mutamenti dell'oggetto abbiamo sempre un nuovo oggetto e l'oggetto non è mai se stesso, se non per convezione. Se invece crediamo che esista un'identità dell'oggetto, allora dovremmo pensare l'individuo e l'oggetto stesso, non solo nella loro dimensione attuale (le qualità e le manifestazioni locali dell'oggetto ora), ma anche in quella virtuale. Il virtuale ha una natura prettamente relazionale. Nell'articolo precedente avevo distinto due forme di relazioni: endo-relazioni e exo-relazioni. Mentre le exo-relazioni sono quelle relazioni che intrattiene un oggetto con un altro oggetto, le endo-relazioni sono relazioni che costituiscono la struttura interna dell'oggetto. Il virtuale è costituito da endo-relazioni. Deleuze ha pensato la molteplicità, ossia l'unità minima del virtuale, a partire dal concetto di varietà di Riemann, dunque a patire dalla geometria differenziale. La geometria differenziale, osserva Bryant, ci permette di cogliere la struttura interna di un oggetto, ossia le endo-relazioni, senza far riferimento ad uno spazio esterno, dunque senza far riferimento alle exo-relazioni. Le exo-relazioni sono collocate sul piano delle qualità, ma l'ente, come ho detto, non si riduce alle qualità: esso presuppone altro. Dal fatto che le molteplicità di Deleuze sono strutturate, contrariamente a quanto forse avrebbe fatto Deleuze, Levi Bryant inferisce che esse devono essere delle unità e poiché sono delle unità, allora sono delle sostanze. In quanto sostanze, dal momento che le sostanze esistono indipendentemente dalle loro qualità, esse sono forme.

Da cosa è composta la struttura di un oggetto? Qui la struttura non è nulla di eterno e di ideale, ossia non è un'essenza o un'idea platonica, ma una determinata distribuzione di singolarità. È dalle singolarità che dipendono le qualità e le proprietà di un oggetto. Deleuze parla spesso delle singolarità, in senso matematico, ma non è mai chiaro su come è da intendere questo termine. Levi Bryant cerca di essere più chiaro. Queste singolarità abitano uno spazio topologico. La topologia è una branca della matematica che studia quelle figure geometriche che sono omeomorfe rispetto ad una serie di trasformazioni come la tiratura, l'allungamento e la piegatura. Due sfere di raggio differente sono del tutto identiche per la topologia, in quanto da una si può passare nell'altra tramite una di quelle trasformazioni. Bryant spiega che, se prendo un pezzo di carta e ne piego le due estremità, ottengo un diverso spazio topologico con differenti possibilità di mutazioni. I punti classici che costituiscono i vertici di una figura nella geometria euclidea (es. i vertici del triangolo) dipendono dalle singolarità topologiche. Da questo e altri fatti, Levi Bryant riconosce una forma di analogia tra la topologia e l'ontologia. L'analogia è basata su due punti: la topologia si occupa di relazioni spaziali, l'ontologia si occupa delle entità e delle loro qualità; la topologia concerne l'identità strutturale rispetto a entità di diverso tipo, l'ontologia concerne la sostanzialità e l'individuo. Tuttavia, come ho detto, da un lato la sostanza e le qualità, per Bryant, dipendono da relazioni spaziali come endo-relazioni e exo-relazioni. Dall'altro l'ontologia deve spiegare, attraverso la struttura virtuale e interna della sostanza, come può la sostanza rimanere identica rispetto ad una serie di variazioni. Le singolarità topologiche stanno alla base della produzione di qualità nell'ente. Ora Bryant condivide l'interpretazione di Manuel De Landa delle singolarità, ossia afferma che la singolarità è un attrattore. Ogni mutamento di un ente è descritto da De Landa come una traiettoria in uno spazio di fase. L'attrattore o la singolarità produce degli effetti sulle traiettorie. Spesso De Landa spiega questa cosa dicendo che il cuore, ad esempio, funziona e pulsa grazie al fatto che una singolarità agisce da attrattore in esso. Altre volte De Landa spiega che una sfera diventa tale perché un punto singolare ne definisce la forma. Così accade, ad esempio, nelle bolle di sapone, le quali, appunto, assumono la forma sferica. L'utilizzo della nozione di singolarità, da parte di Deleuze, di De Landa e di Bryant, serve a rimpiazzare completamente la vecchia nozione di essenza. Ora l'ente non è definito più dall'essenza, che consiste in una lista ordinata di qualità, ma da singolarità rispetto alle quali le qualità non sono che degli effetti. Per esempio, afferma Bryant, una tazza può assumere diverse colorazioni, dunque le qualità o manifestazioni locali possono variare, ma dietro a tutte queste variazioni sta sempre la stessa singolarità come elemento invariante e strutturale. Questa è una trasformazione pazzesca nella filosofia, essa costituisce un atto rivoluzionario di cui, forse, non tutti sono consapevoli: Bryant sta dicendo che c'è qualcosa che sta ben al di là delle qualità e la natura degli enti non è definita da qualità essenziali, ma da singolarità. Non dovremmo, dunque, in filosofia, più chiederci quali sono quelle qualità condivise da tutti gli enti di un tipo (es. i tavoli), ma andare a studiare le singolarità che stanno dietro a quelle qualità e ne rendono possibile la realizzazione.






Tuttavia Levi Bryant non è d'accordo con Manuel De Landa su almeno un punto: che il virtuale concerni il processo morfogenetico attraverso il quale si è formato l'individuo. Non è d'accordo con questo per tre motivi: il primo consiste nel fatto che, in questo modo, l'individuo è ridotto alla sua storia; il secondo è che l'essere di un ente non può essere pensato solo come causa efficiente, ma deve essere anche pensato come causa strutturale; il terzo consiste nel fatto che la produzione presuppone sempre un individuo che ne è causa, dunque l'individuo precede sempre il processo. Spesso la filosofia si è trovata invischiata in questa dialettica tra la produzione e il prodotto. Karl Marx parlava di alienazione del lavoro e feticismo della merce in quanto accusava il fatto che la merce, come prodotto finito e messo sullo scaffale di un negozio, nasconde il processo lavorativo che vi sta a monte. Simondon ha quasi generalizzato il problema di Marx, in quanto accusava il fatto che l'individuo stesso tende a nascondere il processo da cui è nato, quel processo che Simondon chiama "individuazione". Deleuze denuncia il fatto che la realtà attuale che osserviamo è in realtà qualcosa di rovesciato, rispetto un processo che ha origine nel virtuale e funziona come differenziazione. Adesso gli ontologi orientati all'oggetto fanno una critica opposta: denunciano chiunque riduca l'oggetto stesso, ossia il prodotto, al processo di formazione, ossia alla produzione. Rispetto a questi due movimenti certamente la verità sta nel mezzo. Per questo sarà veramente interessante vedere chi sarà in grado di costruire un modello che tenga bene conto dei due termini della dialettica (prodotto/processo) in eguale misura, senza ridurre l'uno all'altro.

Non tutti sono d'accordo con la teoria del virtuale: Bruno Latour e Graham Harmann, per esempio, criticano questa teoria. La critica viene riassunta da Levi Bryant in questo modo: per estrarre un coniglio da un cappello è necessario averlo inserito prima all'interno, dunque perché il virtuale generi la realtà attuale, esso deve possedere già in sé la realtà attuale. Il primo fatto che si nota in questa obbiezione è che sembra esserci una confusione di fondo tra il virtuale di Deleuze e la potenza di Aristotele. Aristotele, ad esempio, affermava che il seme è una pianta in potenza, mentre la pianta lo è in atto. Il virtuale di Deleuze non centra niente con tutto questo. Deleuze non dice che un seme è una pianta virtualmente. Il virtuale piuttosto riguarda tutti quegli stati e processi in cui l'ente in questo momento non è. Esso riguarda, cioè, quelle condizioni che stanno alla base del fatto che un oggetto può avere altre manifestazioni locali. De Landa, ad esempio, spesso cita il caso dell'acqua: il fatto che l'acqua a 0° diventa ghiaccio e a 100° bolle. Queste due temperature costituiscono due punti singolari che fanno sì che, se l'acqua raggiunge effettivamente quelle temperature, essa cambia di stato e quindi diventa solida o gassosa. Il virtuale nell'acqua non sta nel fatto che è ghiaccio in potenza, ma in quella struttura di singolarità che rende possibile una certa manifestazione locale. Harmann, invece, afferma che la teoria del virtuale presuppone già la realtà che intende realizzare e allo stesso tempo fallisce nel cogliere tutti quei passaggi intermedi che rendono possibile un'azione. Come esempio, nel libro Democrazia degli oggetti, compare quello di un uomo che decide di alzarsi. Questa operazione presuppone tanti passaggi intermedi come l'eccitazione dei nervi che mettono in moto i muscoli. Allo stesso modo Bryant cita il caso di un principe che, per mantenere il suo potere, deve tenere in riga i soldati, mantenere un sistema legale e così via. Bryant risponde a questa critica facendo uso del concetto spinoziano di affetto. Questo concetto era usato dallo stesso Gilles Deleuze ed è stato ripreso, recentemente, da Manuel De Landa. Secondo la teoria degli affetti un oggetto può produrre un affetto su un altro oggetto se e solo se il primo è capace di produrre l'affetto e il secondo di subirlo. Questa teoria si richiama al concetto di "capacità" che è tipico della teoria del virtuale. Una penna ha la capacità di scrivere, ossia di produrre un affetto che definiamo come "scrittura", mentre un foglio ha la capacità di subire questo affetto. Allo stesso modo, afferma Bryant, il nervo del muscolo del soggetto che si alza, nell'esempio di Harmann, per essere eccitato, deve avere la capacità di poter essere eccitato. Nell'affermare l'esistenza della sola realtà attuale, Graham Harmann, secondo Bryant, non può sostenere l'esistenza di una entità che dura nel tempo ed è la stessa nei suoi diversi mutamenti. Anzi, chi adotta la teoria dell'attualismo radicale, come Whitehead o Steven Shaviro, in realtà finisce per sostenere che in ogni momento del tempo si genera una nuova entità e che non esiste più identità di alcuna sorta. Invece nella teoria del virtuale esiste una struttura dell'oggetto che permane, almeno a livello virtuale, grazie a endo-relazioni che la definiscono. Perciò, afferma Levi Bryant, non si tratta di dire che la ghianda contiene la quercia in sé, come se il virtuale, appunto, fosse la potenza di Aristotele. Piuttosto bisogna cercare di comprendere le exo-relazioni che intrattiene la ghianda con altre entità e che le permettono poi di produrre una manifestazione locale come la quercia. Le singolarità che formano la struttura interna dell'oggetto per Bryant non sono qualità e le qualità, inoltre, vanno distinte secondo due forme: le simmetriche e le asimmetriche. Le qualità simmetriche hanno questa caratteristica: sono reversibili. Le qualità asimmetriche non sono reversibili. Reversibile, osserva Bryant, è il colore di un oggetto, il quale, quando spengo la luce cambia, ma se la riaccendo ho di nuovo quello stesso colore di prima. Irreversibile, invece, è il caso del bastoncino spezzato nell'acqua che appare tale per via delle sue exo-relazioni con gli altri oggetti nell'ambiente. Inoltre Levi Bryant distingue anche le endo-qualità dalle exo-qualità. Le exo-qualità esistono solo in quanto un ente intrattiene delle exo-relazioni con altri enti. Un caso citato da Bryant è quello del colore, laddove il colore dell'oggetto dipende da un lato dalla luce, ma anche dalle nostre strutture cognitive. Le endo-qualità sono qualità che possono emergere grazie ai dinamismi interni degli oggetti, senza relazioni con altri oggetti esterni, oppure dipendono da exo-relazioni con altri oggetti, i quali producono trasformazioni irreversibili alla manifestazione locale di una sostanza, dunque si tratta di qualità asimmetriche. Bryant, quindi, risponde attentamente alle critiche fatte alla teoria del virtuale, ma cerca anche di mostrare la vicinanza della teoria del virtuale con altre teorie. Ad esempio afferma che la distinzione fatta da Graham Harmann tra l'oggetto sensibile e l'oggetto reale è la stessa che lui pone tra la manifestazione locale e il virtuale.


Alla fine del terzo capitolo, in Democrazia degli oggetti, Levi Bryant discute una famosa tesi esposta dal filosofo Slavoj Žižek nel libro: Visione di parallasse. In quel testo Žižek tenta di spiegare la differenza tra l'apparenza e la supposta realtà, dalla prospettiva dell'apparenza stessa. Esiste come una separazione o un intervallo tra l'apparenza e la realtà, tra il fenomeno e il noumeno. A partire da questo Žižek concepisce una funzione di parallasse che spieghi la distinzione tra il fenomeno e la cosa in sé, partendo dal fenomeno stesso e mostrando come la cosa in sé sia un'illusione prodotta dal fenomeno stesso. L'oggetto stesso nella sua natura è dato da questo intervallo o frattura, la quale non avviene tra due significanti, ma tra il significante e il luogo di iscrizione o posto vuoto. All'eccesso del significante corrisponde un posto vuoto. Questo eccesso è ciò che Žižek chiama "evento". In un libro su Deleuze Žižek identifica l'evento o l'eccesso d'essere con il virtuale. Questo fatto, l'eccedenza, è ciò che produce l'illusione della trascendenza, che ci sia qualcosa di più. Il problema proposto da Žižek è molto attuale e deve essere collocato, quando si parla di ontologia orientata all'oggetto, sul piano del rapporto tra la sostanza e le sue qualità. Questa differenza, che molti filosofi non sapevano spiegare in passato, ora viene vista in senso positivo da Bryant come macchina differenziale che sta alla base del potere creatore del virtuale. Žižek, tuttavia, rimane un correlazionista. Egli afferma che il primo vero filosofo è Kant poiché l'unica filosofia seria è quella che pensa l'ente in quanto è per un soggetto. Questa strada conduce chiaramente verso l'idealismo. Levi Bryant, invece, aderisce al realismo speculativo. Così Bryant spiega che, mentre Žižek parla di una frattura tra l'apparenza e il vuoto dell'oggetto, lui si riferisce alla frattura tra la manifestazione locale e il virtuale. Tuttavia la manifestazione locale non è per un soggetto. La realtà attuale esiste indipendentemente dai soggetti, quel che noi vediamo della realtà è solo una parte di essa: il visibile.

sabato 10 febbraio 2018

Levi Bryant: la rivoluzione nel trascentale di Roy Bhaskar III b1







b) Levi Bryant: ontologia orientata alle macchine



1 Cambiamento di paradigma in Levi Bryant: il trascendentale di Roy Bhaskar all'interno del rapporto tra ontologia ed epistemologia







Levi Bryant è l'inventore del termine ontologia orientata all'oggetto(O.O.O.). Anche Bryant, come Graham Harmann, è un filosofo americano e un realista speculativo. La sua formazione è in filosofia, ma anche in psicoanalisi di stampo lacaniano. Come Harman possiede un blog (larval subjects) che potete trovare a questa pagina. Si interessa in particolare di Deleuze, Lacan e Žižek. Ha scritto tre testi: Difference and Givenness: Deleuze's transcendental empiricism and the ontology of immanence; The domocracy of objects; Onto-Cartography: an ontology of machines and media. È mia intenzione incominciare un'analisi del testo The domocracy of objects, che rappresenta lo scritto all'interno del quale Bryant presenta la sua forma di ontologia orientata all'oggetto.



Quando usiamo la parola "oggetto", nota Bryant, gli associamo spesso la parola "soggetto" come suo opposto. La sfida dell'ontologia orientata all'oggetto consiste nell'eliminare completamente questa distinzione, ossia considerare anche il soggetto come un oggetto. Eliminando questa distinzione si estende l'uso della categoria di oggetto. Dire, al contrario, che l'oggetto è l'opposto del soggetto, significa pensare l'oggetto in relazione al soggetto. L'immagine classica dell'oggetto funziona proprio così. Secondo quell'immagine il soggetto intrattiene una relazione privilegiata con l'oggetto che noi chiamiamo solitamente "esperienza". Tra il soggetto e l'oggetto sta la rappresentazione come immagine mentale del soggetto dell'oggetto. Di solito si dice che chi crede che quell'immagine corrisponda all'oggetto esterno così come è, è un realista, magari un realista diretto, mentre chi crede che la rappresentazione sia una costruzione mentale e dipenda da come il soggetto è fatto, è un idealista. Tuttavia, nel caso di Bryant, che è un realista speculativo, la realtà non è solo l'oggetto della percezione e gli oggetti non si riducono alle manifestazioni locali che di volta in volta si danno nel campo dell'esperienza. L'oggetto è molto più di tutto questo e il realismo, in un certo senso, è aumentato. Per prima cosa, come molti filosofi continentali oggi, Levi Bryant distingue l'epistemologia dall'ontologia. È importante distinguere l'essere dell'oggetto da ciò che noi sappiamo dell'oggetto. L'essere dell'oggetto riguarda l'ontologia, mentre ciò che sappiamo dell'oggetto riguarda l'epistemologia. Il testo di Bryant ha come oggetto l'ontologia, perciò si rivolge all'essere dell'oggetto. L'oggetto non è inteso come ciò che è dato ai sensi, altrimenti si ricadrebbe nella logica delle teorie dell'accesso. Nelle teorie dell'accesso l'oggetto è conoscibile ed è in quanto il soggetto ne ha accesso, ma non possiamo dire nulla di ciò a cui non abbiamo accesso. Quel che cerca Bryant è un oggetto senza soggetto. Bryant si riferisce a collettivi, poiché concepisce l'oggetto come una molteplicità che non si dissolve in una totalità, allo stesso modo di Deleuze. Inoltre Bryant afferma che la differenza tra l'uomo e gli altri oggetti non sta nella specie, ma nel grado.

Ho detto che uno dei problemi che viene spesso posto dai realisti speculativi consiste nel ripensare il rapporto tra l'epistemologia e l'ontologia. Questo accade perché in passato alcuni filosofi hanno concepito l'essere delle cose come dipendente dalle nostre facoltà cognitive, di modo tale che se vogliamo sapere come è possibile la conoscenza degli oggetti, dobbiamo chiederci come siamo fatti noi per percepire e pensare gli oggetti in un certo modo. Questo modo di pensare ha un'origine ben precisa: la rivoluzione copernicana di Kant. In questi termini Kant pensa il trascendentale. Con il termine trascendentale si intendono le condizioni di possibilità. In questo caso Kant afferma che le condizioni di possibilità della conoscenza dell'ente, ossia le condizioni di possibilità della scienza, vanno ricercate nel mondo in cui il soggetto è costituito. In particolare il riferimento di Kant va alle forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) e alle categorie dell'intelletto. Il realista speculativo rompe con l'idea correlazionista kantiana secondo la quale l'oggetto può essere conosciuto solo in quanto in relazione ad un soggetto. Perciò i realisti speculativi rompono con il trascendentale kantiano, ma non con il trascendentale in generale. Oggi il problema più grosso nella filosofia continentale consiste nel ripensare il trascendentale. Nel passato più recente Derrida, Deleuze e Foucault si erano già cimentati nell'impresa. Bryant ha scritto un importante libro sul tema del trascendentale in Deleuze (Difference and Givenness: Deleuze's transcendental empiricism and the ontology of immanence), tuttavia Bryant trova un'alternativa al trascendentale kantiano nell'epistemologo Roy Bhaskar. Non è il primo a far riferimento a questo filosofo, è già stato citato in un testo da Manuel De Landa (A new philosophy of society). Lo scritto di riferimento, per quanto riguarda Bhaskar, è A realist theory of science. Perché Bhaskar? perché è un realista e perché ha cambiato completamente il paradigma nel trascendentale. Lui non si chiede come dobbiamo essere fatti noi uomini affinché sia possibile la scienza, ma come deve essere fatto il mondo. Definendo "transitiva" la conoscenza riguardo a ciò che dipende dall'esistenza dell'uomo e "intransitiva" la conoscenza riguardo oggetti che non dipendono per la loro esistenza dall'esistenza dell'uomo, Bryant afferma che per Bhaskar è l'esistenza di oggetti intransitivi che rende possibile la scienza. Gli oggetti transitivi della conoscenza per Bhaskar sono gli oggetti artificiali come le macchine, che sono state costruite e dipendono dall'uomo. Poi ci sono oggetti intransitivi che sono tali, proprio perché non dipendono dall'uomo. Esempio di Bhaskar: Darwin scopre il processo dell'evoluzione attraverso i meccanismi della selezione naturale; questi processi non sono prodotti dall'uomo o da Darwin, ma hanno un'esistenza che precede l'uomo e Darwin. Non è la stessa cosa del computer, in quanto il computer è stato pensato e progettato dall'uomo. Bhaskar, dunque, ammette l'esistenza di oggetti intransitivi senza la scienza, ma non si può immaginare la scienza senza oggetti intransitivi. L'ontologia in Bhaskar ha come oggetto gli oggetti intransitivi e deve rispondere alla domanda trascendentale: come deve essere fatto il mondo perché la scienza sia possibile? Solo studiando questo tipo di oggetti è possibile rispondere a questa domanda e a un'altra: come deve essere fatta la scienza, di modo che possiamo conoscere questi oggetti intransitivi? Il realismo trascendentale, posizione a cui si richiama Bhaskar, sostiene che la scienza presuppone l'esistenza di oggetti transitivi a partire dai continui mutamenti nella scienza stessa. La terra era oggetto di indagine sia di Tolomeo che di Copernico e Keplero. Questi astronomi, tuttavia, sono molto diversi, ma ci deve essere un oggetto intransitivo comune, in questo caso il pianeta terra, che sia l'oggetto comune di studio. Se è possibile la scienza, questo dipende da come è fatto il mondo, ma l'essere del mondo in un modo o nell'altro è del tutto contingente. Gli oggetti intransitivi di Bhaskar sono delle strutture che hanno la caratteristica di essere spesso fuori di fase (out of phase) rispetto ai pattern degli eventi. Bhaskar si rifà anche al pensiero di Eraclito e osserva che quanti temono il pensiero di Eraclito perché lo accusano di avere come conseguenza l'impossibilità della conoscenza, visto che, secondo Eraclito, tutto muta e non c'è niente che permanga, si sbagliano, in quanto Eraclito non negava l'esistenza di strutture che rimangono identiche nelle cose. Questi oggetti intransitivi sono strutture che possono essere attive o meno e quando sono attive producono eventi.

 

Una posizione molto diversa da quella del realismo speculativo è la posizione empirista, infatti molti empiristi tendono all'idealismo (es. Berkeley). Normalmente la posizione empirica è oggetto di critica da parte degli ontologi orientati all'oggetto perché l'empirista riduce l'oggetto alle sensazioni e alle impressioni. Nel caso di Bryant il problema è più grosso: l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a tutto ciò che è sensibile. Inoltre l'empirista ha una visione atomistica della realtà e pensa il fenomeno della causalità come una costante congiunzione di eventi ed impressioni nell'esperienza. In questo modo, come ha notato Graham Harman, l'empirista tende a connettere il problema della causalità a quello dell'abitudine (es. Hume) e perciò a far passare la causalità per l'uomo. L'uomo diventa una condizione per la sussistenza degli eventi causali. Infatti senza l'uomo non ci sarebbe esperienza alcuna, tanto meno la costante congiunzione di eventi nell'esperienza. Tuttavia, che la causalità non dipenda dall'uomo è un requisito necessario per la scienza. Secondo Bhaskar la congiunzione costante di eventi è un'eccezione piuttosto che una regola. In questo senso Bhaskar distingue i sistemi chiusi dai sistemi aperti. Un sistema chiuso è un sistema dove si ottengono congiunzioni costanti di eventi. Un sistema aperto è un sistema dove il potere dell'oggetto non è attivo o è nascosto dall'intervento di altre cause. Quest'ultimo tipo di sistemi, secondo Bhaskar, sono i più frequenti. Il regno del Reale secondo Roy Bhaskar contiene molto di più delle semplici impressioni. Il Reale prevede almeno altri due elementi: gli eventi e i meccanismi generativi. Baskar usa una tabella di questo tipo:


Empirico
Attuale
Reale
Impressioni
X
X
X
Eventi

X
X
Meccanismi


X

Tre regni: l'empirico; l'attuale; il reale. La realtà o il reale comprende tutti e tre i tipi di entità (impressioni, eventi, meccanismi). L'attuale comprende gli eventi e le impressioni. L'empirico, invece, riguarda solo le impressioni. Si capisce ora il problema dell'empirista: che cosa può essere la causalità dal punto di vista di crede che il reale si riduce all'empirico? La causalità in quel caso non può che riguardare le impressioni. Nella teoria di Bhaskar, come vedremo, sono i meccanismi che rendono possibile la causalità. I meccanismi sono tendenze o potenzialità che possono essere esercitate dagli oggetti.

A questi argomenti a favore del realismo Bryant oppone tre obiezioni che immagina potrebbero venir facilmente in mente al correlazionista e risponde a ciascuna di esse. Le obiezioni sono le seguenti:

1) Se pretendo di sapere qualcosa degli enti prima di poterli conoscere, per esempio affermo l'esistenza di enti indipendentemente dalla conoscenza e la mente umana, allora affermo di conoscere ancora prima di conoscere.

2) Quando affermo che gli enti esisterebbero anche se l'uomo non fosse, io immagino un mondo senza l'uomo. Tuttavia non posso immaginare un mondo senza l'uomo senza immaginare me stesso in quel mondo, o immaginare me stesso che immagino il mondo senza l'uomo.

3) Quando penso che gli enti di questo mondo non dipendono per l'esistenza dalla mia esistenza, ogni volta che lo penso devo pensare anche a me stesso in quanto lo penso e perciò non posso fare a meno di porre me stesso in quanto pensante.

La prima obiezione cade con la distinzione delineata da Bryant tra l'ontologia e l'epistemologia. Come ha detto Bhaskar: perché la scienza sia possibile devono esistere degli oggetti intransitivi. La terra di cui parlava Telomeo è la stessa di Copernico, nonostante il fatto che entrambi la descrivano in modi diversi. Non sarebbe nemmeno possibile l'astronomia se non esistessero oggetti intransitivi come i pianeti e le stelle. L'esistenza dei pianeti e delle stelle chiaramente precede quella dell'uomo, non dipende dalla nascita di un campo scientifico come l'astronomia. L'ontologia, sostiene Levi Bryant, non dice quali oggetti esistono, ma che degli oggetti esistono. Alla seconda obiezione Levi Bryant risponde seguendo la linea di pensiero di Quentin Meillassoux. Meillassoux afferma che se non fosse possibile pensare il mondo senza l'uomo, allora pensare l'estinzione del genere umano sarebbe impossibile. Eppure l'estinzione rimane un fatto possibile. Se dicessimo che pensarci morti significa ancora porre noi come vivi, come esistenti, in quanto pensanti, allora pensare la morte è impossibile oppure siamo immortali. Secondo Meillassoux il totale annichilimento deve essere pensabile per il semplice fatto che è possibile. La terza obiezione riguarda il carattere riflessivo del pensiero, carattere che viene posto come assoluto dal correlazionista. Il correlazionista qui afferma che ogni pensiero è riflessivo. Bryant ammette l'esistenza di pensieri riflessivi, ma non estende questo a tutti i pensieri, in quanto questo porterebbe ad un regresso all'infinito. Infatti se ogni pensiero fosse riflessivo, questo significherebbe che ogni volta che penso a qualcosa devo pensare a me stesso in quanto la penso, ma poi devo pensare al fatto che sto pensando che sto pensando a una certa cosa e così via.

L'obbiettivo della critica del realismo è una certa posizione che Roy Bhaskar chiama "attualismo" e che potrebbe essere anche identificata con l'empirismo. L'attualismo rimanda necessariamente al correlazionismo in quanto pensa come esistente solo la realtà attuale, ma la realtà attuale è la realtà così come è data ad un soggetto, in quanto il soggetto la percepisce. Al contrario il realismo trascendentale di Bhaskar afferma l'esistenza non solo dell'empirico o delle impressioni, ma anche di eventi e soprattutto meccanismi generativi negli oggetti. Questa ultima componente sarà identificata da Levi Bryant con il virtuale. La fallacia dell'empirismo e del correlazionismo è particolarmente evidente nel caso della causalità. Se lancio un martello contro una finestra e la finestra si rompe, secondo Hume io collego con la mia mente i due eventi. In Hume la connessione non è necessaria, ma semplicemente probabilistica. Hume afferma che la causalità è fondata sulla costante congiunzione degli eventi e questa dipende dall'abitudine. Da questo Hume giunge alla conclusione scettica secondo la quale immaginiamo che le attuali leggi della fisica varranno in avvenire semplicemente perché siamo abituati a vedere che le cose vanno in quel modo, piuttosto che in un altro. Per risolvere questo problema Kant introduce la nozione di a priori, affermando che la conoscenza non può basarsi solo sul dato empirico, ma deve essere determinata anche dal concetto. La causalità diventa una delle categorie dell'intelletto ed è grazie a questa che possiamo conoscere connessioni causali che possano essere dette universali e necessarie. Il problema di Hume e Kant è che la causalità ora dipende dall'esistenza dell'uomo. In particolare in Kant la causalità dipende da come l'intelletto umano è fatto. Il realista speculativo cerca di uscire da questo inghippo, il quale non gioca a vantaggio della scienza. Nel caso di Levi Bryant la strategia è la seguente: affermare l'esistenza di meccanismi generativi negli oggetti che rendano possibili le relazioni causali. In questo modo Bryant si impegna nel sostenere l'esistenza del virtuale nella sostanza. In sintesi il realismo speculativo sostiene l'esistenza degli enti come indipendente dai soggetti, pur continuando ad essere consapevole della diversa percezione del mondo da parte dei soggetti. La rana e l'ameba, per prendere l'esempio di Bryant, hanno una percezione completamente diversa del mondo. Per la rana l'ameba è un essere troppo piccolo per significare qualcosa a lei, tuttavia esiste un ambiente in cui sono presenti entrambi questi esseri e nessuno dei due è dipendente, per quanto concerne l'esistenza, dall'esistenza dell'altro.


Nel prossimo articolo parlerò più dettagliatamente del virtuale in Levi Bryant, di come Bryant pensi il virtuale nell'oggetto e della vicinanza della teoria di Bryant a quella di Manuel De Landa. 

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sabato 6 aprile 2019

Levi Bryant: ontologia orientata alle macchine









1 Introduzione all’ontocartografia


Questo testo intende trattare dell’ultimo libro di Levi Bryant: Ontocartography. In questo libro Bryant difende una forma di ontologia orientata dalle macchine, nella quale “oggetto” e “macchina” diventano sinonimi. La cosa curiosa di questo libro sta nella sua tesi fondamentale: ogni cosa è una macchina. L’autore ci invita a mettere in discussione e a cambiare radicalmente il nostro concetto di macchina. Ripensando il nostro concetto di macchina possiamo analizzare gli oggetti da un punto di vista completamente diverso. Non ci chiediamo più cosa significano, ne semplicemente cosa sono, ma ci chiederemo piuttosto se funzionano o meno. Macchine in questa teoria sono i numeri, il corpo umano, gli alberi, le case, tanto quanto l’automobile o il computer.


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All’inizio del libro Levi Bryant chiarisce che intende costruire una teoria materialista e se la prende con certi filosofi famosi di oggi, i quali sono accusati di professare un falso materialismo che si interessa molto più del significante e del linguaggio, piuttosto che della realtà materiale. Nel mirino di Bryant troviamo il filosofo sloveno Slavoj Žižek, al quale viene attribuita la tesi secondo la quale la realtà è socialmente costruita. In questo caso l’ideologia non avrebbe esistenza sul semplice piano delle idee, ma è qualcosa che costruisce la realtà nel suo essere. Bryant, inoltre, non intende nemmeno ridurre il materialismo ad un mero problema storico, come accade nel marxismo. Bryant piuttosto sembra ispirarsi all’atomismo degli antichi, a Lucrezio.


2 Le macchine come assemblaggi


La teoria di Bryant vuole essere pluralista nella misura in cui non afferma l’esistenza di un solo tipo di materia, ma di molti tipi che vanno a costituire tutti i livelli di realtà. Ad ogni livello della realtà, che si parli di fisica, chimica, biologia, sociologia, economia, ecc., troviamo degli oggetti che sono definiti da Bryant come “macchine”. Gli atomi sono macchine che compongono complesse formule chimiche, che sono macchine che vanno a comporre più complesse entità biologiche come le cellule, che sono macchine che compongono il corpo umano, che è una macchina che compone un individuo, che è una macchina che compone la società, ecc. Ad ogni livello della realtà troviamo macchine, ma ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine. Dire che l’uomo o l’albero sono delle macchine non significa che sono meccanici e che siano composti da elementi rigidi, assemblati necessariamente in un certo modo.

In generale sulle macchine possiamo dire questo:

a) Ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine.

b) Ogni macchina si definisce nei termini di una serie di operazioni che applica su degli input per restituire degli output.

c) Le operazioni che le macchine possono eseguire sugli input che ricevono sono definite dai poteri della macchina stessa.

Queste definizioni meritano di essere ulteriormente spiegate. Nella prima vediamo apparire, oltre al concetto di macchina, il concetto di assemblaggio. L’assemblaggio adoperato qui da Bryant è certamente ripreso da Manuel De Landa, il quale, a sua volta, lo riprende da Deleuze. DeLanda è un filosofo deleuziano messicano che negli ultimi anni ha letteralmente rivoluzionato la filosofia continentale. In DeLanda l’assemblaggio è composto da parti che interagiscono tra loro, le quali sono legate da relazioni esterne nelle quali le parti esercitano attualmente dei poteri facendo scaturire dalla loro interazione una nuova entità con nuove capacità emergenti. È da comprendere che l’assemblaggio non è nulla al di fuori dell’interazione di queste parti, le quali sono altri assemblaggi. Se l’assemblaggio esiste, invece di essere semplicemente la somma di una serie di parti, è perché dall’interazione di queste parti si generano delle proprietà emergenti che sono solo dell’assemblaggio e non sono di nessuna delle parti presa come singola. Il caso più banale di assemblaggio per DeLanda è il corpo umano. Il nostro corpo umano è composto da organi, ossa, muscoli, ecc. Questi elementi costituiscono le componenti dell’assemblaggio. Essendo che le relazioni nell’assemblaggio sono esterne, ogni parte dell’assemblaggio può essere staccata dall’assemblaggio e questo è quello che accade con il corpo umano nel caso dei trapianti. Tuttavia è chiaro che è la disposizione di tutti quegli elementi nel corpo umano a rendere possibile un complesso assemblaggio che è il nostro organismo ed è parte di noi.

Il secondo punto è molto importante perché si potrebbe dire che è il punto centrale per cui Bryant sostiene che ogni cosa è una macchina. L’idea è che ogni cosa va pensata come una macchina che riceve input, opera sugli input che riceve e restituisce un output. È facile pensare questo quando ci si riferisce alla tecnologia. In realtà è la definizione matematica di programma che dice che il programma è una funzione che prende un input e restituisce un output. Vediamo questo, ad esempio, nei linguaggi di programmazione come Java, Python, Perl, C++, ecc. Ma secondo Bryant il concetto di macchina va esteso anche a cose come i numeri, le formule, il debito o gli alberi. Ad esempio una formula prende dei numeri come input, opera su quei numeri una somma restituendo come valore un output, ossia il risultato della somma. L’albero prende come input l’anidride carbonica e applicando operazioni di carattere biologico restituisce come output l’ossigeno che noi respiriamo.

Si tratta di cambiare radicalmente il concetto di macchina che noi stessi abbiamo. Non diremo più che la macchina non è spontanea, che non si evolve, che è rigida. Ci sono due punti su cui pone l’accento Levi Bryant: il fatto che il design può essere imposto dalla macchina stessa; il fatto che la macchina, non essendo rigida, è pluripotente come le cellule. Il design può essere imposto dalla macchina nella misura in cui il materiale impone dei limiti all’uomo. Mentre per quanto riguarda il concetto di “pluripotenza”, ripreso chiaramente dalla biologia, esso sta a significare che la macchina ha molti poteri. Per “poteri” non si intende nulla di magico, è semplicemente l’insieme delle capacità di un oggetto. Le capacità non sono proprietà della sostanza, perché le proprietà della sostanza dipendono dalle capacità. Le proprietà della sostanza, come ha illustrato bene Levi Bryant nella Democrazia degli oggetti, sono dei modi di agire dell’oggetto, non cose che l’oggetto possiede. Bryant distingue nell’oggetto e di conseguenza nella macchina il virtuale dall’attuale. Il virtuale consiste nell’insieme dei poteri di un oggetto definito dalle sue singolarità, concetto della matematica ripreso dalla topologia. Ogni oggetto ha delle capacità che possono consistere nel produrre affetti o nel subirli. Una penna scrive, un foglio ha la capacità di patire l’azione della scrittura. La mano ha la capacità di lanciare, la palla di essere lanciata. Il fatto che queste capacità rimangano reali senza dover essere esercitate attualmente dall’oggetto o dalla macchina, significa che esse sono virtuali. Infatti la penna conserva la capacità di scrivere anche quando non scrivo.

Da un lato possiamo riconoscere nell’oggetto diverse capacità che dipendono anche da relazioni esterne con altri oggetti. Per esempio la relazione tra il fatto che vediamo certi colori e la presenza di una luce che illumina l’oggetto osservato. Dunque le nostre macchine in certe relazioni con altre macchine producono output differenti. Nell’esempio di Bryant abbiamo una roccia che, con il grande calore diventa magma e con il raffreddamento diventa friabile. Dall’altro lato possiamo intendere una pluripotenza nella macchina nei diversi usi che possiamo fare di essa. Una roccia può all’occorrenza diventare un’arma, uno strumento per segnare un posto, la componente base di un edificio, un posto dove sedersi, ecc. Insomma le macchine che fanno parte di assemblaggi possono essere sempre separate dagli assemblaggi e assemblate con altre macchine.

Qui Levi Bryant descrive questa formula:

1) macchina A attiva una risposta nella macchina B.



3 L’ontologia delle macchine


Macchina è il genere assoluto nell’ontologia di Levi Bryant, poiché ogni cosa è una macchina. Dopo di che le macchine si distinguono in primo luogo in due tipi: le macchine corporee e le macchine incorporee. Una macchina corporea occupa sempre un luogo preciso e ha una certa durata temporale. Esempi di macchine corporee sono il nostro corpo, le cellule, gli insetti, le automobili, i computer, i pianeti, ecc. Una macchina incorporea non ha dei limiti temporali, ha sempre un supporto fisico per esistere, ma non dipende da quel supporto fisico, dunque non è nemmeno legata precisamente ad un luogo. Esempi di macchine incorporee sono i numeri, le teorie, i concetti, le ricette di cucina, ecc.

Le macchine inoltre sono sempre dei termini intermedi o mediazioni di altre macchine. Con questo si intende che una macchina può semplificare il lavoro di un’altra macchina, come quando usiamo una lavagna per fare dei calcoli, ma si intende anche che le macchine possono essere estensione di altre macchine, come quando un martello estende la nostra mano nell’operazione di piantare un chiodo.

Nel secondo capitolo Levi Bryant entra più nel dettaglio sulla natura della macchina e cerca di gettare più luce sulla sua definizione di macchina. Una macchina è un sistema di operazioni che agisce sugli input e restituisce degli output. Nell’analisi delle macchine l’ontologo deve cercare di comprendere quali sono queste operazioni che compongono la macchina. Nella macchina, dunque, possiamo distinguere almeno tre elementi:

1) Le operazioni

2) Le trasformazioni

3) Gli Input/Output

Nell’albero, ad esempio, riconosciamo come input l’acqua, la luce e l’anidride carbonica. L’albero, tuttavia, applica delle operazioni su questi input. Una di queste operazioni si chiama “fotosintesi”. Le macchine non rappresentano nulla, esse producono. Quindi nell’analisi delle macchine le domande diventano: cosa producono? Funzionano? Che cosa fanno? La macchina, come ho detto, ha sempre una doppia natura: attuale/virtuale. Sul piano virtuale abbiamo tutti i poteri della macchina che appaiono completamente non manifesti. Sul piano dell’attuale possiamo apprezzare gli output della macchina. In questo senso le proprietà dell’oggetto che si manifestano esteriormente sono, nell’ontologia di Bryant, parte dell’attuale e perciò degli output della sostanza in quanto macchina differenziale (difference engine). I poteri virtuali della macchina sono reali anche quando questi non sono esercitati attualmente e non dipendono dai soggetti che osservano la macchina, dunque sono oggettivi. Tuttavia la macchina può perdere alcuni dei poteri, semplicemente perché alcune macchine al suo interno smettono di funzione o interagiscono come precedentemente con altre macchine. I poteri della macchina, infatti, derivano dalla relazione delle altre macchine di cui la macchina è composta.


4 Delle macchine binarie


Tra le varie tipologie di macchine Bryant prende in considerazione il tema delle macchine binarie. Levi Bryant si ispira qui chiaramente al capitolo sulle macchine desideranti dell’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari. In quel capitolo Deleuze e Guattari distinguono almeno tre tipi di macchine: le macchine paranoiche, le macchine miracolanti e le macchine celibi. Di tutti questi tipi di macchine Bryant parla solo delle macchine paranoiche, che sono le macchine binarie. Le macchine binarie sono composte da due macchine: macchina sorgente e macchina organo. Queste due macchine sono accoppiate secondo una relazione di “and”. Mentre Deleuze vedeva nelle macchine miracolanti l’”or” booleano, le macchine paranoiche o binarie sono connesse le une dalle altre da una relazione di congiunzione. Ogni macchina è attraversata da dei flussi. La macchina sorgente è la macchina da cui parte il flusso, mentre la macchina organo è la macchina che lo riceve. In questo caso Bryant offre il seguente esempio: abbiamo come macchina organo un albero e come macchine sorgenti il sole, la pioggia, la microfauna e altre piante. Le macchine dunque si relazionano con dei flussi, compiendo delle operazioni su questi flussi che ricevono come input e restituendo degli output. Tuttavia le macchine non sono aperte ad ogni forma di flusso. L’uomo, ad esempio, vede solo ciò che sta nello spettro elettromagnetico che cade dal rosso al violetto. Esistono animali, i quali, invece, hanno percezioni maggiori delle nostre. I gatti, ad esempio, vedono anche l’ultravioletto. Questo significa, nei termini dell’ontologia orientata alle macchine, che ci sono macchine che sono aperte ad altri flussi. Leggendo la percezione in termini di flusso, Bryant può permettersi di reinterpretare il problema della Critica della ragion pura di Kant. Kant voleva dire che la percezione è la relazione dell’uomo con un flusso di dati sensoriali come input, ma siccome l’intelletto è una macchina che rielabora e applica operazioni su questo flusso di dati, restituendo un output (la nostra rappresentazione della realtà), ne consegue che non possiamo sapere quanto l’output corrisponda all’input.

Dal momento che l’ontologia orientata alle macchine considera ogni cosa una macchina e la percezione come un tipo flusso che entra in relazione con delle macchine, essa intende cambiare l’approccio della filosofia rispetto alla fenomenologia. Nella filosofia la fenomenologia è sempre consistita nello studio dell’esperienza umana, oggi emerge la necessità di estendere la fenomenologia anche agli animali, alle piante e persino agli esseri inanimati. Questo è il compito di una nuova fenomenologia coniata dal filosofo Ian Bogost: la fenomenologia aliena. È chiaro che non possiamo sapere che tipo di esperienza ha del mondo un orso, ma possiamo provare a cercare di abbandonare il nostro punto di vista umano e cercare di vedere come potrebbe essere il mondo se lo vedessimo dal suo punto di vista. Non sapremo di preciso come sia, ma possiamo inferire delle cose. Certamente questo ci permetterebbe di avere un completo altro atteggiamento nei confronti degli animali e delle piante, ad esempio.

Ho detto che ogni macchina è composta da altre macchine, nel senso che ogni macchina è un assemblaggio di altre macchine. Questo significa che la genesi dell’individuo si ha dall’iterazione di molte macchine le une con le altre, ossia dalla nascita dell’assemblaggio come tale. In questo modo emergono delle capacità della macchina che non fanno parte delle singole componenti dell’assemblaggio. Siccome ogni singola macchina che compone un assemblaggio è del tutto autonoma, ne consegue che una macchina può smettere di funzionare in un assemblaggio in accordo con altre macchine dell’assemblaggio. Questo malfunzionamento è all’origine del problema macchinico, uno dei problemi che l’ontocartografo deve affrontare nello svolgimento del suo lavoro.

È da diverso tempo che studio questa teoria dell’assemblaggio nella versione costruita dal filosofo Manuel De Landa, a cui certamente Bryant si ispira. L’impressione generale che mi sono fatto è che esista il rischio che la teoria dell’assemblaggio promuova una forma di nichilismo, in quanto porterebbe alla conclusione che l’individuo è un’illusione prodotta dalla relazione delle componenti dell’assemblaggio. La teoria nega che esista un assemblaggio definitivo, ma sembra anche sostenere che non esistano nemmeno degli elementi minimi degli assemblaggi. In questo senso esistono solo assemblaggi di assemblaggi, la cui componente essenziale è la relazione, seppure esterna, delle parti dell’assemblaggio. L’individuo può sembrare reale fino a quando esistono queste relazioni, ma se dovessero crollare, l’individuo scomparirebbe come un castello di carta, in cui le carte cadono per terra e perdono la loro relazione originaria che dava forma al castello. Questa teoria dell’assemblaggio è molto interessante, ma penso che vada lavorata molto meglio sul piano metafisico. Bisognerebbe definire ancora meglio l’assemblaggio. La relazione è vista come esterna, per esempio, ma è molto più essenziale nell’assemblaggio di quello che si crede. Infatti l’assemblaggio esiste solo perché esistono parti in relazione tra loro e queste parti sono soltanto altri assemblaggi.


5 Le macchine e il ruolo dell’ontocartografia


Nella parte più avanzata del libro Bryant sembra trovarsi d’accordo con una tesi molto diffusa oggi nella filosofia continentale: il mondo non esiste. È una tesi che sostengono filosofi come Markus Gabriel o Alain Badiou, partendo da punti di vista molto differenti. Anche Bryant sostiene che il mondo non c’è. Cosa si intende per mondo? Si intende l’idea che esista un qualcosa che comprenda tutte le cose, una sola realtà dove stanno tutti gli oggetti assieme. Secondo Bryant non esiste un solo mondo, ma ve ne sono molti. Dire che il mondo non c’è, non vuol dire che non esistono mondi. Vuol dire soltanto che non c’è il mondo dei mondi, non c’è una realtà unica. Levi Bryant arriva a questo sostenendo che il mondo è una ecologia di macchine interrelate le une con le altre. Bryant sostiene che non esiste un solo mondo, semplicemente perché, a differenza degli olisti, non crede che tutto sia in relazione con tutto. Esistono le relazioni tra le macchine, ma bisogna capire quali macchine sono in relazione con quali altre macchine e quali non lo sono affatto. La più lontana supernova dell’universo non ha alcuna relazione con noi. Da questo possiamo dedurre che se esistono macchine ad ogni livello della realtà (sociale, biologico, chimico, fisico, ecc.), non esiste una macchina delle macchine. Non esiste, cioè una macchina che è assemblaggio di tutte le cose che esistono.

Una macchina può essere una macchina agente. Una macchina si dice agente nell’ontologia orientata alle macchine se soddisfa questi due requisiti:

1) La sua azione è intenzionale e non una semplice reazione.

2) L’azione parte dalla macchina stessa e non da altre macchine.

Qui emerge il problema del soggetto all’interno di una teoria che vede il soggetto come una macchina in mezzo a tante altre macchine. Il soggetto è capace di comporre lui stesso macchine. L’uomo è un animale tecnologico. L’uomo, in quanto macchina agente, svolge un ruolo cruciale nella definizione degli assemblaggi, pur essendo lui stesso un assemblaggio. L’uomo è l’animale pensate, che può definire e pensare nuovi assemblaggi. Bryant riprende qui il concetto di “mente estesa” dal filosofo della mente Andy Clarck. Secondo Clarck la mente è un sistema complesso che comprende il corpo, il cervello e il mondo esterno. Prova di questo, secondo Clarck, è il fatto che spesso per pensare ci serviamo del mondo esterno. Quando facciamo matematica, ad esempio, non facciamo i calcoli tutti a mente, ma ci serviamo di carta, lavagna, penna e altri strumenti, per poter lavorare sul calcolo matematico.

Ogni macchina è un assemblaggio, ma l’assemblaggio è una relazione tra macchine. Esistono almeno due tipi di relazione: una diretta e una indiretta. Nella relazione diretta la macchina agisce direttamente sull’altra macchina. Nella relazione indiretta la macchina agisce sull’altra macchina solo tramite un’altra macchina. Ogni macchina può staccarsi dall’assemblaggio e andare a comporre altri assemblaggi con altre macchine. Ogni macchina ha almeno due aspetti: contenuto e espressione. Quando consideriamo la macchina dal punto di vista del contenuto la consideriamo solo dal punto di vista materiale. Quando consideriamo l’espressione vediamo la macchina in modo diverso. Sul piano dell’espressione, ad esempio, dice Bryant, abbiamo il “pullman delle 8:00”, mentre sul piano del contenuto il pullman è lo stesso del “pullman delle 9:00”. È noto l’esempio dello psicoanalista Lacan, il quale spiegava come due espressioni come “maschio” o “femmina”, poste al di sopra di due porte, perfettamente uguali, possono trasformare una porta nell’ingresso del bagno degli uomini e l’altra nell’ingresso del bagno delle donne.

Le macchine hanno un proprio spazio e un proprio tempo. Questo spazio e questo tempo non sono il tempo e lo spazio di Newton. Nello spazio newtoniano, lo spazio preesiste gli oggetti e gli oggetti sono collocati in quello spazio. Lo spazio delle macchine dell’ontologia orientata alle macchine è uno spazio topologico. Secondo lo spazio topologico, lo spazio non preesiste le macchine, ma è definito dalle macchine stesse. Lo spazio è la rete dei nodi prodotti dalle macchine. A seconda dei nodi di relazione delle macchine tra di loro, potremmo avere spazi completamente diversi.

Troviamo almeno tre tipi di network:

Il network centralizzato, dove tutti gli elementi sono in relazione con un elemento centrale.



Il network decentralizzato, dove vediamo la presenza di numerosi centri locali distribuiti.



Il network distribuito, dove gli elementi sono connessi gli uni agli altri, senza che esista né un centro generale, né dei nodi centrali locali. 

 


Dal punto di vista del tempo possiamo dire che le macchine conoscono forme di tempo molto diverse. Ogni macchina ha il suo ritmo interno e il suo mondo conosce una durata propria. Dunque bisogna parlare di tempi molto diversi a seconda dell’assemblaggio, piuttosto che di un tempo omogeneo uguale per tutte le macchine. Il tempo è definito da Bryant come la velocità alla quale le macchine eseguono le operazioni. Queste operazioni sono operazioni sui flussi, ma non sono operazioni gratuite. Ogni lavoro della macchina chiederà sempre un dispendio di energia.

Nell’ultima parte del libro Levi Bryant discute di una ipotesi che si è sviluppata all’interno del movimento dell’ontologia orientata all'oggetto: l’esistenza degli oggetti oscuri. Un oggetto oscuro (dark object) è un oggetto che non ha relazioni con nessun altro oggetto e i cui poteri sono dormienti. In questo senso l’oggetto oscuro non ha nessun potere attivo. Stando così le cose, se la manifestazione materiale è in realtà il risultato di un ouput dell’oggetto, ne consegue che gli oggetti oscuri non hanno manifestazione materiale e attuale, ma esistono solo sul piano virtuale. Se l’idea dell’oggetto oscuro è solo una ipotesi, è vero anche che tutti gli oggetti sono almeno un po’ oscuri perché i loro poteri non sono sempre attivi, e se non capitano le condizioni giuste, potrebbero non attivarsi mai.

Il mestiere dell’ontocartografo, secondo Bryant, è soprattutto quello di definire mappe e studiare queste mappe. L’ontocartografia lavora su mappe. Di mappe ne esistono almeno di quattro tipi:

1) mappa topologica (mappa che studia le relazioni tra le macchine)

2) mappa dei divenire (mappa che studia le trasformazioni e i mutamenti nelle macchine)

3) mappa dei vettori (mappa che studia il futuro probabile di una macchina)

4) mappa modale (mappa che studia gli assemblaggi che avrebbero potuto esistere, ma che non si sono generati)

Trovo molto importante questo libro (Ontocartography. An ontology of machines and media) perché è il primo testo che prende sul serio la teoria delle macchine definita da Deleuze e Guattari in Anti-Edipo, non per restituire semplicemente una versione trasformata dalla psicoanalisi o dare interpretazioni alternative della schizofrenia. Deleuze non parla solo di schizofrenici, in quel capitolo parla anche delle piante, ad esempio, delle piante come macchine. L’idea di Deleuze sulle macchine desideranti, evidentemente, era molto più generalizzata rispetto al caso particolare dell’uomo e del malato di mente. Non solo: è un testo che sembra cogliere l’aspetto ingegneristico della teoria di Deleuze, cosa che fino ad ora a molti altri non era riuscita. Penso a Levi Bryant come uno dei filosofi continentali contemporanei più innovativi assieme a Manuel De Landa.