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lunedì 8 aprile 2013

IL TEETETO




Il dialogo vero e proprio, si svolge nel 399 a.C., però a questo dialogo ne precede un altro introduttivo, nel quale Terspione e un famoso socratico, meglio conosciuto con il nome di Euclide, si incontrano. Euclide spiga di aver accompagnato Teeteto ferito, il quale tornava dal campo di battaglia. Teeteto è un illustre matematico, del quale Socrate aveva già previsto il suo grande e futuro successo; ricordando proprio queste cose Euclide, rimembra anche di aver trascritto un dialogo nel quale Teeteto giovane discorreva assieme a Teodoro ( maestro in geometria) con Socrate medesimo. Il dialogo che era in forma indiretta viene trasformato in forma diretta da Euclide stesso, così che quando poi veniva letto sembrasse come se il dialogo stesse avvenendo proprio lì davanti. Dunque Euclide consegna il testo del dialogo e decide di farlo leggere a uno schiavo mentre lui e Terpsione si riposano. All'inizio del dialogo vero e proprio, Socrate e Teodoro stanno discorrendo, Socrate domanda a Teodoro se per caso conosce qualcuno tra i suoi allievi che sia particolarmente brillante e Teodoro stesso fa il nome di Teeteto, del quale dice che esso stesso assomiglia a Socrate sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista intellettuale. Queste due tesi verranno confutate lungo tutto il dialogo, la prima in realtà viene quasi scartata sin da subito, a parte il fatto che dato che si dice che Socrate non fosse bello, dire che si è simili a Socrate fisicamente, non è cosa buona, ma comunque Socrate spiega che essendo che Teodoro non è un esperto di somiglianze, dato che non è pittore ( l'arte come imitazione, una teoria tra quelle di Socrate, del quale si dice anche per questa tesi , che non si intendesse più di tanto di arte), non può essere considerato il vero metro per misurare l'eventuale somiglianza tra Scorate e Teeteto. Più avanti nel dialogo Socrate dirà al contrario che Teeteto è bello, ma perché chi parla bene è anche bello dentro.
Per quale che riguarda la seconda tesi riguardo alla somiglianza intellettuale, questa nel dialogo verrà sempre di più confermata, ma si può dire che in un certo senso nel dialogo Teeteto viene messo alla prova, appunto per vedere se “ Teodoro non parli per scherzo”. Teeteto intanto si stava avvicinando con un gruppo di amici e viene chiamato perché potesse venire da Socrate e potesse essere presentato. Socrate domanda a Teeteto quali siano le materie che studia presso Teodoro, confessando che anche lui studia materia simili presso persone che si intendono di esse, ma afferma di essere preso da un dubbio, perché se queste singole materie sono dette scienze, allora cosa è l'episteme in se stessa? Come prima risposta Teeteto fa un elenco delle varie materie di studio, delle varie conoscenze comprendendo anche cose come l'arte del calzolaio o simili. Siamo di fronte alla classica risposta e al modello definizione/esempi, chiaro che Socrate non cerca di cosa si ha conoscenza, ma cerca la definizione, per cui risponde con una battuta, dicendo che avendo chiesto una cosa e essendo che Teeteto gliene ha offerte tante, allora è generoso. Se si chiedesse cosa sia l'argilla, non si può certo dire che che è quella dei fornaciai o dei vasai, perché questi sono esempi, gli esempi noi li troviamo nel dizionario perché possono aiutarci nella spiegazione, in quanto ci parlano dei campi di applicazione della definizione stessa, ma non ci dicono nulla sulla definizione che del resto, come di consueto, precede gli esempi. Quindi se mai la risposta, dice Socrate, può essere questa: l'argilla è terra mista con acqua, chiaro che si tratta di una prima definizione, anche il fango è terra mista con acqua, però quello che conta qui è capire cosa Socrate vuole davvero. Teeteto ora l'ha capito, capisce cosa intente Socrate e glielo mostra facendo un esempio, gli parla di quanto con Teodoro si era trovato a fare una suddivisione delle grandezze, quando divideva i numeri in equilateri e rettangolari, i primi derivati dalla moltiplicazione di un numero per se medesimo e i secondi derivati dalla moltiplicazione di un numero minore per uno maggiore, poi definisce lunghezze le linee che fanno diventare un numero equilatero quadrato, quelle linee che invece rendono quadrato un numero rettangolare le definisce potenze. In questa maniera mostra di aver compreso, quello che sta spiegando prima non sono che definizioni, non ha fatto esempi di numeri equilateri, per esempio poteva dire che i numeri equilateri sono: 4, 16, 9; è evidente che in questo caso avrebbe fatto solo degli esempi, ma dicendo che il numero equilatero è un numero derivato dalla moltiplicazione di un numero per se stesso, arriva a dare una definizione che vale per tutti e quei tre casi. Quindi proprio ora Scorate afferma che Teeteto è gravido, ma gravido di conoscenza.
Qui Socrate passa alla presentazione della sua arte, la quale è detta maieutica; così come sua madre che è allevatrice ha l'abilità di aiutare a far partorire i figli, allo stesso modo Socrate ha questa abilità di saper far partorire conoscenze alle persone. L'allevatrice è sterile, nel senso che è in una condizione in cui non può più generare figli, anche se appunto anche lei ha partorito a sua volta, allo stesso modo anche Socrate si definisce sterile perché non conosce; è opportuno far notare che perché questa arte possa essere davvero pratica c'è bisogno che queste conoscenze siano già insite nell'uomo stesso. Quindi arrivati al seguente punto Socrate riformula la domanda, questa volta Teeteto risponde con una definzione, dice espisteme = aisthesis, quindi la scienza o la conoscenza è sensazione. La seguente definizione viene assimilata alla tesi di Protagora, il quale affermava: “ di tutte le cose misura è l'uomo, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”, la quale tesi viene assimilata da Platone stesso come una tesi completamente relativista, del resto è capitato a tutti che sentendo del vento che ci colpisce che ad alcuni appaia freddo e ad altri no, oppure che la stessa pietanza possa apparire dolce ad alcuni e amara ad altri. Però c'è un passo in più perché dopo viene collegata questa tesi ad una dottrina che Scorate diceva che Protagora insegnava solo agli allievi più stretti, un dottrina che ricorda molte Eraclito, per non dire che è uguale, nella quale viene detta che nessuna cosa è una e tutto diviene, quindi non c'è nessun tipo di cosa che sia in se stessa, nemmeno il singolo soggetto, ovvero non c'è un Socrate stesso, c'è una assoluta differenza tra il Socrate malato e quello sano, non c'è identità fissa che possa essere posta al di là del divenire stesso. Quindi abbiamo una serie di percezioni che non sono che soggettive, ma non sono né nel percepito come se fossero qualcosa nell'oggetto che si trasforma, ma nemmeno nel percepiente, ma in realtà è qualcosa che si forma nel mezzo. Poste queste premesse è evidente che si arriva ad affermare che dal momento che ogni opinione è fondata su una sensazione, ma ogni sensazione è vera perché non ve ne è una che prevalga sulle altre, quindi tutte le opinioni sono ugualmente vere. Ci sono una serie di tesi che vengono riportate contro questa affermazione ( episteme = aisthesis), e sono le seguenti:

- se fosse vero, allora essendo che non vi è alcuna differenza sostanziale tra percezione nel sogno e percezione nel mondo reale, allora anche la percezione nel caso del sogno dovrebbe costituire un certo tipo di conoscenza.

- nel caso della memoria nascono dei problemi, infatti non è chiaro perché se io per esempio ho una percezione passata, la quale in qualche modo si è impressa nella mia memoria, essa è conoscenza oppure no? Insomma da un lato lo è perché pure si tratta di percezione, ma non lo è perché non è più attuale, quindi in questo senso c'è una contraddizione.

- Se la conoscenza è sensazione, che differenza c'è allora tra l'uomo e il porco? E poi allora se tutte le opinioni si equivalgono, bisogna dire che non c'è grande differenza tra le opinioni degli dei e quelle degli uomini, sarebbero tutte ugualmente vere.

- Se tutte le opinioni si equivalgono, allora non c'è grande differenza tra sapiente ed ignorante, l'opinione del sapiente infatti non sarebbe più vera di quella dell'ignorante.

A queste obbiezioni risponde proprio Protagora parlando per bocca si Socrate stesso, delle quali dice che non è vero che non sia assolutamente ammissibile che una persona conosca e non conosca nello stesso tempo, potrebbe darsi benissimo. Inoltre il punto è che Portagora ha detto che misura di ogni cosa è l'uomo stesso non un essere qualsiasi, quindi non di certo un porco, per di più Portagora ha detto che degli dei non si può dire né che esistono e né che non esistono, insomma conviene tenere una posizione agnostica. Quel che però appare più rilevane è il fatto che secondo Protagora dalle sue teorie non deriva affatto che non ci sia alcuna differenza tra sapiente ed ignorante, infatti questa differenza sussiste eccome, ma non va tanto vista sul piano della verità, ma sul piano se mai del vantaggioso e dello svantaggioso, migliore o peggiore. Il sapiente è colui che è in grado di trasformare le sensazioni, quindi per esempio nel caso del medico si tratta di una persona che attraverso determinate sostanze riesce in qualche maniera a mutare le sensazioni del paziente da quelle che erano, in qualcosa di migliore, non so per esempio le percezioni che ha del cibo, che magari da malto gli appare amaro, ma tornato sano gli appare dolce. In realtà anche dopo queste correzioni e queste difese di Protagora, la posizione non risulta meno problematica, infatti la posizione che si configurava come un'affermazione del relativismo assoluto, nella quale si affermava che ogni opinione non poteva essere meno vera delle altre, ma nemmeno meno più vera, allora da questo scaturisce necessariamente che deve essere vera anche l'opinione che considera la teoria di Protagora falsa e questo è chiaramente contraddittorio. Socrate riformula poi la differenza tra sapiente ed ignorante, una volta negato il fatto che tutte le opinioni possano essere ugualmente vere, essendoci disparità di opinioni sul piano stesso della verità, allora anche la differenza tra sapiente ed ignorante rispecchierà tutto ciò, infatti non è forse vero che si va dal medico perché lo si ritiene di una capacità di giudizio che non ha nessun altro in un determinato campo specifico, come appunto quello della medicina stessa? Infatti non andremmo mai a chiedere consigli al vicino di casa se non ha nessuna competenza in questo settore, ci andremo se mai per altre questioni. Il colpo di sciabola sulla tesi viene dato dalla teoria sui Koinà, il fatto stesso che non si può avere alcun tipo di conoscenza se si parte da quella immediata , dato che le singole sensazioni non ci danno l'oggetto in se medesimo, per esempio il vedere un certo colore, una certa forma, sento un suono, ma nessuno di queste sensazioni mi da l'oggetto stesso, il quale potrebbe essere una campana. Non solo ci sarebbe da aggiungere anche questo: come posso io dire che questa tastiera su cui batto oggi sia la stessa su cui battevo ieri? Beh, le singole sensazioni non mi dicono nulla, notate che è un esempio simile a quello della cera di Cartesio, perché le sensazioni non colgono il tratto identitario, anzi con quella dottrina “segreta” nega assolutamente che ci possano essere identità. Quindi perché si possa unificare le sensazioni c'è bisogno dell'anima, nonché c'è da dire che lo stesso anche per quanto concerne il caso dell'identità. Il Koinà in un certo senso è un concetto, il quale noi formiamo dopo la seguente unificazione. Dopo il colpo di sciabola, ovvero l'aver fatto cadere la tesi: episteme = aisthesis, c'è tutto un discorso sulla distinzione tra sofista e filosofo che segue questi punti:

Sofista
filosofo
1) non ha mai tempo, deve fare discorsi di fretta, legato allo scorrere della sabbia in una clessidra. Molto legato all'attimo presente.
1) si prende il tempo che vuole, per fare i propri discorsi.
2) è servo del discorso, sempre limitato a quelle condizione che pone il giudice.
2) libero nel parlare, non ha limite alcuno.
3) discorre su questioni che hanno sempre di fatti, di eventi cose che succedono nel mondo.
3) interessato ai fenomeni del cielo, ciò che sta nelle profondità della terra. Anzi in particolar modo discorre delle cose in se stesse.

Qui si arriva alla seconda definizione della conoscenza come: “ althes doxa”, ovvero opinione vera, passando da questa alla ricerca della definizione di opinione falsa, pensando, forse, di ottenere quella vera perché è il contrario. Ci sono varie definizioni, ma sembra che tute partano da certe presupposizioni di enunciati parmenidei, non solo anche il fatto che la conoscenza e la non conoscenza come cose in sé medesime e non scomponibili. Per prima cosa si pensa che l'opinione falsa derivi da quella che viene detta: allodoxìa, ovvero il fatto che la falsa opinione dovrebbe derivare da uno scambio tra qualcosa che conosco e qualcosa che conosco, oppure tra due cose che non conosco. Il problema di questa idea è che non è affatto possibile che se io conosco il mio cane e conosca quello del mio vicino di casa li scambi, oppure che se non conosco l'amante di mia moglie e quello della moglie del marito del vicino possa scambiarli, anche perché potrebbe trattarsi della stessa persona, infatti io non lo so, non li conosco. Quindi segue invece un'altra ipotesi, ovvero che opinare il falso sia opinare il non essere, nel senso che di opinare ciò che non è, ma essendo che qui non essere è inteso in senso assoluto, allora succede che opinare il non essere, come del resto diceva Parmenide, non si può in nessun modo opinare il non essere. Dobbiamo scartare questa ipotesi come anche quella che segue, quando viene detto che opinare il falso non sarebbe altro che prendere una cosa che è per un' altra cosa che è, perché ripropone in altra forma quello che si era detto nella prima supposizione. Viene poi quest'immagine famosa, quella della cera, la “tabula rasa” su cui si imprimono sigilli e si lasciano delle tracce, quell'anima come un databse in cui si registrano dati, in questo caso dati sensibili, i quali poi entrano a far parte della memoria. Il problema qui che viene posto è quello di associazione tra traccia e percezione attuale, l'opinione falsa si ha quando si associa la percezione alla traccia sbagliata. Il problema di questa soluzione è che per esempio non prende in considerazione il caso dell'errore quando esso avviene solo all'interno del solo pensiero.
Da qui quindi si passa ad un'altra immagine interessante, che è quella della colombaia. In pratica in questo caso secondo Socrate ci sarebbe una totale differenze tra avere e possedere, ce ne accorgiamo subito che ne so quando il carabiniere ci ferma e ci chiede se abbiamo la patente, noi gli diciamo di averla, ma a casa, allora ci fa la multa, in quel momento capiamo che quell'averla non era un'averla, ma era un possederla, infatti la teniamo a casa, l'abbiamo dimenticata, il carabiniere non ci ha chiesto se la possediamo, ma se l'abbiamo in quel momento. Ora nel caso della conoscenza, essa va prima di tutto posseduta, messa nella colombaia, ma averla vuol dire poterla ripescare dalla colombaia e quindi poterne fare uso in qualsiasi momento. L'opinione falsa in questo senso dipende dal fatto che quando si cerca di “acchiappare” una certa conoscenza, ma se prende un'altra al posto di questa, la conoscenza posseduta è potenziale, quella che si ha è attuale. Anche qui sembra tornare il modello dello scambio della cosa che si conosce per quella che si conosce, questo poi ha portato dopo il ritorno a questo paradosso a pensare che le non conoscenze fossero qualcosa nell'anima. Si deve scartare la possibilità che la conoscenza sia “alethes doxa”, la definizione di conoscenza diventa ora “ doxa + logos”, qui quindi il problema si sposta su cosa voglia dire “logos” e come vada inteso. Ci sono tre definizioni in particolare che vengono poste:

1 logos = manifestare il pensiero vocalmente facendo uso di nomi e verbi.

2 logos = descrivere qualcosa attraverso i vari elementi che lo compongono.

3 logos = trovare il tratto distintivo che distingue quel qualcosa e qualcos'altro.

Il secondo caso che sembra una correzione del primo, risulta errato, per una questione su cui si dilunga molto Socrate, ovvero il fatto che il composto è fatto da parti , ma le parti non sono che meri elementi del composto, mentre del composto c'è logos non c'è logos degli elementi, i quali risultano come parti inconoscibili. Viene in proposito fatto l'esempio della sillaba, essa infatti è composta di elementi come le lettere, quindi è un composto, essa ha logos, ma non hanno logos. Il problema è come si può conoscere qualcosa a partire da degli elementi che a loro volta non sono conoscibili. Nella terza definizione non solo di avere opinione vera, ma anche dire perché qualcosa di cui abbiamo retta opinione differisce dal resto, è falsa perché comporta l'assurda affermazione secondo la quale la conoscenza sarebbe: “ opinione retta con conoscenza, sia della differenza sia di qualsiasi cosa” ( Socrate). Nessuna delle tre definizioni di episteme è corretta perché ognuna porta a contraddizione, quindi quello che viene deciso che è che il dialogo dovrà essere ripreso il giorno dopo, nello stesso luogo.


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