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mercoledì 18 giugno 2014

Del cammino del creatore (Spiegazione/Zarathustra)






Nelle prime righe del testo apprendiamo che il cammino del creatore è un cammino alla ricerca di se stessi e un cammino nella solitudine. L'uomo che cerca la solitudine si distacca dal gregge a cui prima era legato. Ora non ha più una giuda e deve guidarsi da solo, ma allora rischierà di perdersi. Non è semplice camminare solitari per quella strada che conduce verso se stessi. Bisogna averne forza e diritto, bisogna essere capaci di essere un moto primo, di essere una ruota che corre da sé o di costringere le stelle a ruotarci attorno.

"Aus sich rollendes Rad" è un'espressione che Nietzsche aveva già usato nel capitolo sulle tre metamorfosi. In quell'occasione si riferiva al fanciullo. Quella figura capace di creare da sé le cose. Jung paragona questo ruotare su se stessi al moto del Sole. Zarathustra spesso si paragona al Sole. Lo fa ad esempio all'inizio del Prologo.




Lampert nota che queste righe rimandano al capitolo dell'albero sul monte, dove Zarathustra trova un giovane ragazzo, solitario, il quale sta intraprendendo la strada verso l'elevazione. Zarathustra qui fa un esame delle persone che aspirano a diventare creatori e li mette in guardia riguardo ai pericoli che incontreranno lungo il loro cammino.

L'uomo solitario si muove contro lo spirito del gregge. Il gregge insegna che se non ami il tuo prossimo, se non sei altruista, ma preferisci stare con il tuo ego, allora se in errore. L'uomo solitario è un malato per la società, non è a posto. Quando questo uomo solitario commette il peccato della solitudine nei confronti della coscienza collettiva, o saprà uccidere i suoi sentimenti di angoscia, oppure non sarà in grado di andare avanti e, come sostiene Jung, è meglio che se stia a casa.

Un uomo solo che cerca se stesso deve essere un uomo libero. Molti si considerano liberi perché si sono liberati da qualcosa. Ma non è ciò da cui ti sei liberato che conta per Zarathustra. Conta invece per cosa ti sei liberato, ossia lo scopo. Bisogna essere capaci di potersi dare la propria legge, perché ogni valore è creato e la creazione è lo scopo del creatore. Esistono molte lingue del bene e del male, lo aveva già sostenuto Zarathustra nei Mille e uno scopo. Queste lingue del bene e del male sono diverse a seconda del popolo, ma la nascita di queste lingue dipende da individui creatori che hanno posto queste tavole sopra questi popoli.

Secondo Strauss il discorso di Zarathustra contrappone l'essere liberi da all'essere liberi per, costruendo un discorso critico nei confronti del liberismo.



In questo cammino del creatore si incontrano non pochi rischi e problemi. All'inizio è bella la libertà dal gregge, l'indipendenza, ma presto ci si sente soli. Nella più totale solitudine si arriva alla disperazione nichilista: nulla esiste! tutto è falso! tutto è vano!

Un uomo così, non di meno si eleva. Ma un uomo elevato è invidiato e assieme disprezzato dagli elementi del gregge. Tanto più si sale in alto, tanto più si diventa piccoli agli occhi degli invidiosi e Zarathustra sa bene quanto sono invidiati quelli che volano. Il cammino del creatore consiste nel diventare stella che riluce per gli altri. Il creatore è appunto l'individuo superiore. Questi individui superiori sono visti come dei criminali dagli uomini del gregge, in quanto spesso vengono per distruggere la legge vigente e sostituirla con altro. Qui Zarathustra parla di personaggi crocifissi e di gente mandata al rogo. Il crocifisso è chiaramente Cristo, mentre sul rogo vengono in mente molti personaggi storici tra cui Giovanna D'Arco e Giordano Bruno.

L'innovatore è sempre stato un criminale per la società. Se vuoi aspirate a diventarlo, se volete cambiare le cose in questo mondo, sappiate che incontrerete infiniti ostacoli e la vita sarà molto dura. Molti innovatori hanno vissuto una vita da disgraziati. Pensate a Tesla, Marx o a Modigliani. Filosofia, scienza, arte, non importa in cosa vuoi innovare. È il rogo che l'umanità ha sempre destinato agli innovatori. È pericoloso per il gregge il cambiamento. Andare contro le leggi attuali per sostituirle con nuove vuol dire essere criminali agli occhi del gregge.

L'uomo creatore deve diffidare delle persone che gli stanno attorno e porgergli la zampa, per mostrare gli artigli. Molti nemici ha l'uomo creatore, ma il primo nemico viene da dentro. Jung aveva detto questo a proposito del capitolo sulla guerra e i guerrieri: il nostro nemico è sempre interno, quello è il nostro personale nemico.

Anche qui Zarathustra sottolinea l'importanza dell'amore del prossimo, fatto già constatato nel capitolo sull'amore del prossimo. Amare se stessi vuol dire volere il proprio destino e la propria vita. Amare se stessi: amare il Sé. Il cammino del creatore è un cammino verso se stessi perché è un divenire se stessi. Zarathustra ha già spiegato la differenza tra il Sé e l'ego nel capitolo sui dispregiatori del corpo.

Notate questa frase:

«Tu devi voler bruciare te stesso nella tua stessa fiamma: come potresti volere rinnovarti, senza prima essere diventato cenere!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.67)

Non è la prima volta che Zarathustra usa queste metafore della cenere e della fiamma. Nel capitolo su coloro che abitano un mondo dietro al mondo si legge:

«Ma che accadde, fratelli? Io superai me stesso, il sofferente, io portai la mia cenere sul monte, una fiamma più chiara inventai io per me. Ed ecco! Lo spettro si dileguò ai miei occhi!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.27)

Secondo Jung il passaggio sulla fiamma del capitolo sul cammino del creatore si riferisce al nostro diavolo interiore, il nostro nemico interno, con il quale dobbiamo combattere fino alla morte, riducendolo in cenere. La fiamma è sempre quella del superuomo, ma il superuomo è l'uomo creatore. Ma per rinnovare la fiamma bisogna prima diventare cenere, per questo:

«Va' con le mie lacrime nella tua solitudine, fratello. Io amo colui che vuole creare sopra di sé e così perisce.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.67)