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sabato 6 ottobre 2018

Saggio sui dati immediati della coscienza. Bergson (spiegazione/riassunto)












Il saggio sui dati immediati della coscienza è la tesi di Bergson, nonché uno dei testi più noti dell'autore. Nel testo troviamo i temi più importanti della filosofia di Bergson come la coscienza, la durata e la libertà. Il testo è diviso sostanzialmente in tre parti. Nella prima parte (Intensità degli stati psicologici) Bergson analizza la relazione tra la sensazione e la coscienza, scagliandosi contro chi sostiene di poter trattare la sensazione in termini quantitativi. Nella seconda parte (L'idea di durata) Bergson analizza il concetto di tempo, mostrando un errore fondamentale nella concezione del tempo, errore che attraversa la maggior parte degli autori che lo hanno preceduto: la confusione del tempo con lo spazio. La terza parte (La libertà) illustra come la credenza secondo la quale l'uomo non è assolutamente libero deriva da una concezione completamente falsa del tempo.


L'intensità degli stati psicologici


Si tende a pensare che quando una sensazione aumenta, questo significa che la quantità di sensazione è maggiore. Per esempio, come pensano degli psicofisici, una sensazione può essere due volte più intesa di un'altra. La psicologia si è affermata come scienza a partire dal fatto che ha iniziato a pensare che la psiche potesse essere studiata attraverso la matematica. Da questo ne consegue che le sensazioni devono poter essere espresse in termini quantitativi. Nessuno, dopo tutto, si stupisce di questo, infatti è normale sentire espressioni come "sento più caldo di ieri" oppure "fa molto meno più freddo di una volta". Secondo Bergson è sbagliato pensare di quantificare la sensazione e chi crede che questo sia possibile certamente si inganna.


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Per prima cosa cerchiamo di capire cosa sono davvero i numeri. Per ridurre la psiche a quantità bisogna almeno assegnare a questa quantità un numero e una misura. Con La critica della ragion pura di Kant, l'abitudine era quella di pensare che i numeri fossero una costruzione a partire dalla forma a priori del tempo. È facile pensarlo, infatti l'operazione del contare sembra proprio una sintesi temporale. Se io procedo con il contare i numeri, non faccio altro che disporre in una sequenza lineare-temporale i numeri stessi secondo una successione precisa, di una natura tale che il numero successivo è sempre maggiore del precedente. Proviamo a contare con le dita fino a dieci e ci sembrerà che Kant ha ragione. Tuttavia, dobbiamo ammettere che se questo ci è possibile, è perché le nostre dita occupano degli spazi diversi. In generale non ha senso parlare di quantità laddove non vi sono due cose distinte, almeno per il luogo. I sei gatti nel giardino sono sei perché occupano degli spazi diversi. Cosa significa tutto questo? Che io posso parlare seriamente di quantità solo quando ho a che fare con l'estensione. Inoltre, dico che due cose sono due, solamente se non occupano lo stesso luogo. Per scorgere un molteplice devo dividere, ma solo l'estensione è divisibile. Dico, per esempio, che un tavolo è lungo 1 metro, proprio perché questa distanza è scomponibile. A questo punto sorge la domanda: come posso applicare la quantità alla sensazione, se la sensazione si suppone inestesa? Ora si aprono due possibilità: posso dire che la sensazione non è inestesa, ma che al contrario coincide con un movimento di molecole nel cervello; posso affermare che esiste una quantità intensiva da opporre alla quantità estensiva. Se pensiamo che la differenza quantitativa di due sensazioni corrisponde ad una differenza nel moto delle molecole, se per esempio crediamo che dipenda da una differente vibrazione, come possiamo passare dalla mera materia ad un aspetto soggettivo? Quando proviamo una sensazione, la proviamo in quanto ne siamo coscienti, ma la coscienza è la facoltà che ci permette di avere esperienze soggettive, dunque: come possiamo far coincidere la coscienza con un movimento molecolare o una particolare vibrazione? L'ipotesi del riduzionista è che il suono intenso corrisponda ad una vibrazione più ampia, che esita un modo per tradurre l'intensivo in termini estensivi. Non esiste ancora prova che la coscienza sia riducibile ai movimenti delle molecole nel cervello, tuttavia esiste la teoria di Cristoph Koch sulla possibile frequenza alla quale opera la coscienza, frequenza che permette al cervello di acquistare una temporanea unità.

Quantificare una sensazione non in tutti casi è semplice. Sicuramente la pietà, la gioia, sono davvero difficili da pensare in termini quantitativi. Tuttavia, cose come lo sforzo muscolare, invece, appaiono molto più facili da quantificare. Lo psicologo Wundt, ad esempio, pensa che la sensazione derivata dai nervi possa coincidere con il movimento del muscolo. Per analizzare questa possibilità Bergson rimanda agli studi di William James. James ha osservato che i paralitici, cercando di muovere un arto malato, non muovono l'arto, ma tendono a compiere un altro movimento. Una cosa simile ha osservato Vulpian nell'emiplegico, il quale, cercando di stringere la mano malata, tende a compiere inconsciamente quest'azione con l'altra mano. Quando pensiamo che una sensazione aumenta, sostiene James, non è la sensazione che aumenta, ma il numero di muscoli coinvolti. Per dimostrarlo Bergson offre questo esempio: supponiamo di chiudere il pugno della mano e premere con forza; mano a mano che stringiamo il pugno sentiremo una sensazione più forte, tuttavia questo non dipende da un aumento della sensazione, ma dal fatto che si contraggono anche i muscoli del braccio e della spalla, oltre che quelli della mano. In questo sforzo che facciamo con la mano noi crediamo che la sensazione sia localizzata nella mano e da qui deriva certamente la nostra illusione sulla variazione quantitativa della sensazione. Anche supponendo che la sensazione dello stringere la mano corrisponda a una vibrazione nei muscoli, bisogna ammettere, tuttavia, che questa sensazione è cosciente, mentre quelle vibrazioni rimangono del tutto inconsce.

Secondo Bergson la differenza di sensazione è di natura qualitativa e non quantitativa. Se premo il dito su un ago penserò che l'intensità del mio dolore stia aumentando, invece ho a che fare con una differenza qualitativa. Questi errori dipendono dal fatto che introduciamo sempre l'estensione. Per esempio, quando sentiamo una melodia, non sentiamo una serie di suoni più o meno acuti, ma percepiamo un continuo che può variare qualitativamente. Ma noi siamo stati abituati a pensare le note secondo altezze e, soprattutto, pensare la melodia come insieme di punti di una linea di note. Un altro esempio di Bergson: diciamo che quando cambia un colore, questo corrisponde ad una variazione di intensità della sensazione, quando in realtà si tratta di una variazione della luce.

Detto ciò, Bergson analizza casi concreti di applicazione della matematica alla psicologia. In particolare rivolge la sua attenzione a Weber e a Fechner. Ernst Heinrich Weber è considerato uno dei padri della psicologia sperimentale. Egli è famoso per la legge di Weber. Se premiamo sull'ago con il dito il dolore aumenta. Perché noi possiamo accorgerci del cambiamento della sensazione, secondo Weber, un'aggiunta di sensazione deve sommarsi alla sensazione precedente. Così Weber individua tre fattori:

E = l'eccitazione per la sensazione (S).

E = la quantità di eccitazione che viene ad aggiungersi.

E/E = k, dove k è una costante.

Bergson spiega che la legge di Weber non ha lo scopo di misurare la sensazione, ma di permetterci di capire quando la sensazione cambierà. Nel caso di Fechner il discorso è diverso, perché Fechner punta proprio all'accrescimento della sensazione. Qui Bergson ricostruisce la trasformazione attuata da Fechner alla legge di Weber. Se prendiamo S come la sensazione, egli dice, ∆S è l'aumento della sensazione. Fechner suppone che questo ∆S sia sempre uguale, cosa che è davvero discutibile. Sapendo che ∆E=f(E), ∆S risulta:

S = C(∆E/f(E))

S e ∆E sono sostituiti da Fechner da dei differenziali (dS e dE), in modo da ottenere la seguente formula:

dS = C(dE/f(E))

Il primo problema che si riscontra nel ragionamento di Fechner è l'idea secondo la quale esistono differenze minime di sensazioni uguali, le quali si sommano alla sensazione già esistente. Queste differenze, sono come delle piccole unità che si aggiungono alla sensazione. Affermare che due sensazioni sono uguali, cosa che potrebbe sembrare vera con la matematica, visto che se due sensazioni corrispondono alla stessa quantità, allora sembreranno identiche, in realtà, dal punto di vista del tempo, è un errore. Infatti se penso che io posso rivivere la stessa sensazione che ho vissuto in passato, questo vuol dire che il tempo non è irreversibile.

Un secondo problema del ragionamento di Fechner è il seguente: definire la qualità in termini quantitativi è come misurare la sensazione di calore con i gradi di temperatura, osserva Bergson. Questo procedimento, ossia quello di usare la temperatura per capire la sensazione del colore, in realtà è una pura convezione. Allo stesso modo può essere una semplice convenzione il tradurre la sensazione cosciente in termini quantitativi, come se fosse misurabile.

Terzo problema: Fechner vede nella sensazione salti bruschi, laddove, invece, esiste un continuo. Il passaggio da S come prima sensazione a S' come sensazione aumentata è un salto quantitativo che presuppone un intervallo, ossia una differenza tra le sue sensazioni. Fechner deve aver pensato che la differenza è uguale a: S' - S. Se noi guardiamo davvero alla nostra sensazione non c'è nessun salto brusco da una sensazione all'altra, piuttosto notiamo un continuo. La quantificazione della sensazione, come ho detto precedentemente, è possibile solo se tutto viene preso in termini spaziali ed estensivi. Questo implica un certo riduzionismo, ma soprattutto l'idea che il tempo, dimensione dove si manifesta l'esperienza, sia spazializzato. Questo punto viene chiarito meglio da Bergson nella seconda parte del libro.



L'idea di durata


All'inizio della seconda parte di il Saggio sui dati immediati della coscienza Bergson torna a parlare di numeri. Il numero è una collezione di unità. L'unità che possiede il numero deriva dalla somma. Infatti 3 = 1 + 1 + 1. Non importa che cosa sia 3, potrebbero essere pavoni, forchette, coltelli o pipistrelli. Il numero è qualcosa che accomuna gli enti in quanto unità di un molteplice. Questo molteplice, tuttavia, nella realtà non è mai unificato in un senso spaziale. Al contrario, se dico che "ci sono tre pavoni nella gabbia", intendo dire che nella gabbia, in luoghi diversi, posso scorgere tre differenti pavoni. Questo fenomeno si dice di giustapposizione. Per esempio quando metto quattro libri uno sopra l'altro e dico di avere una pila di quattro libri. Posso giustapporre solo nello spazio, ma non nella durata. Il tempo non è una semplice giustapposizione di eventi, altrimenti non scorrerebbe mai. Nell'apprendimento dei numeri, nota Bergson, prima partiamo dalla fila di palline e poi arriviamo al numero astratto. In effetti, a meno di non credere che i numeri sono idee innate, dovremmo dire che la nostra idea di "due" dipende dal fatto che siamo abituati a vedere oggetti numericamente uguali a due, come le nostre paia di scarpe, le maniche della giacca o semplicemente il fatto che abbiamo due mani. Noi crediamo, tuttavia, di contare nel tempo e non nello spazio, afferma Bergson, per questo pensiamo il numero come successione temporale. Ciononostante, come ho già detto, basterebbe pensare alla possibilità di concepire due cose nello stesso spazio e vediamo subito che non possiamo farlo. L'impenetrabilità è per Bergson la vera origine del numero.

La tesi fondamentale di Bergson, come ho detto, è che il tempo non è spazio. In molte scienze, o quasi tutte, il tempo è trattato proprio in termini spaziali. Noi stessi siamo abituati a farlo. Ci immaginiamo una linea temporale formata da una sequenza di punti. I punti li definiamo come presenti. Al centro poniamo il nostro presente, prima di esso mettiamo i presenti passati, mentre dopo di esso poniamo i presenti futuri. Questa immagine del tempo, come mostrerò, è del tutto convenzionale. Anche se noi misuriamo il tempo in secondi, minuti, giorni, mesi, anni, non dobbiamo mai dimenticare che questo dipende dal fatto che siamo sulla terra e la terra ruota attorno al Sole. Noi abbiamo pensato questa scansione del tempo in base al moto di rivoluzione della terra intorno al Sole. Tuttavia se abitassimo su un altro pianeta dovremmo molto probabilmente adottare altre convenzioni. A nulla serve dire che il tempo curva, come ha fatto Einstein. Bergson ricordava sempre ad Einstein che il tempo della fisica è pur sempre convenzione e tempo spazializzato, mentre l'unico tempo reale è quello della durata o il tempo della coscienza, il quale non conosce misura.

La durata è un continuo, non è divisibile. Siamo abituati a isolare oggetti nel corso dei nostri vissuti, semplicemente perché la percezione tende ad agire in questo senso: in maniera fotografica. Per questo, ogni volta che si intende dividere il tempo o il movimento si commette un errore. È una concezione spazializzata del tempo che ha portato Zenone di Elea a pensare che il movimento fosse del tutto impossibile. Secondo il famoso esperimento di Zenone, essendo lo spazio divisibile all'infinito, mettendo una tartaruga al confronto con Achille, dando un po' di vantaggio alla tartaruga, Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Zenone pone un infinito tra Achille e la tartaruga, infinito che Achille, per quanto veloce, non potrà mai colmare. Bergson, al contrario, sostiene che gli atti nel movimento di Achille non sono affatto divisibili. O si pensa che questi atti sono delle unità, oppure si deve dire che qui il soggetto compie un solo balzo per raggiungere la tartaruga, nel senso che il movimento non è che un continuo. Invece, il movimento è stato spesso concepito come insieme di simultaneità. La simultaneità è il presente, o il fatto che diversi eventi accadono alla stesso tempo. Una simultaneità statica secondo Bergson non esiste affatto, in quanto questa contraddirebbe il tempo, proprio perché è un elemento che non scorre. Il fatto che percepiamo degli eventi come simultanei, secondo Bergson, dipende semplicemente dalla nostra attenzione. In effetti possiamo soffermarci su un particolare o un frammento nei nostri vissuti, oppure osservare gli eventi in maniera più complessiva.

Se il tempo non è spazio, allora il tempo non è una successione di istanti che dipendono l'uno dal precedente. Il tempo, che si voglia rappresentarlo con una linea o meno, è un continuo indivisibile. Il tempo si coglie sempre negli intervalli tra gli istanti, in quei punti che sfuggono alla misurazione. Per questo motivo, se il tempo non è semplicemente un insieme di istanti che si susseguono, non c'è alcuna forma di determinismo causale. È questo il tema centrale della terza parte dell'opera.



La libertà


All'inizio della terza parte Bergson contrappone il meccanicismo al dinamismo. Il dinamismo presuppone l'azione volontaria, mentre il meccanicismo spiega l'universo come luogo governato da leggi meccaniche. Il dinamista, afferma Bergson, scopre fatti che si sottraggono alle leggi. Il meccanicista trova nelle leggi dei fatti. Nel sostenere la libertà umana, osserva Bergson, ci si scontra contro due problemi:

a) L'uomo potrebbe essere determinato psicologicamente da cause interne ad agire in un certo modo.

b) La libertà sembra contraddire la natura della materia.


A proposito del primo punto Bergson distingue una forma di materialismo fisico. Secondo il materialismo fisico tutti i corpi sono composti da particelle in movimento. Ogni cosa che accade è determinata dal fatto che questi corpi agiscono e reagiscono tra loro. Allo stesso modo si può pensare un'insieme di movimenti molecolari nel nostro sistema nervoso.

Questa forma di materialismo, osserva Bergson, presenta un problema principale: non è possibile dimostrare la coincidenza tra i movimenti del cervello e i fenomeni psichici. In generale sappiamo che una certa vibrazione del timpano corrisponde ad una nota di una certa a suoni di una certa gamma. Fin qui, però, abbiamo solo due serie separate: il fisico e lo psicologico. Il problema consiste nel dimostrare che lo psicologico è determinato dal fisico. L'unica prova che viene fornita dai materialisti è l'esistenza dei parallelismi tra il fisico e lo psicologico. Il materialista determinista, afferma Bergson, considererà lo stato psichico come una semplice traduzione di un processo fisico.

Il materialismo fisico riprende dalla meccanica la legge della conservazione dell'energia. Esso non fa altro che generalizzarla ed estenderla a tutto il campo della vita. Questa legge definisce la quantità di energia come una quantità fissa nelle varie trasformazioni del sistema. Questo elemento, ossia la conservazione, è necessario perché si possa prevedere uno stato di un sistema determinato. Inoltre, la legge della conservazione dell'energia stabilisce che tutti i punti di un sistema dovranno prima o poi tornare nella loro posizione originaria. La legge della conservazione dell'energia, notate, era stata usata da Nietzsche come prova scientifica dell'esistenza dell'eterno ritorno. Quella legge, infatti, impone che le cose debbano ritornare prima o poi nello stato iniziale. Bergson obbietta a questa legge la sua non validità all'interno del contesto della vita. Non si è mai visto nel tempo un evento perfettamente identico ad uno passato. L'esistenza cosciente è quella di un continuo divenire.

Se il determinismo fisico si ferma sempre al tentativo di far dipendere due serie parallele (psichico e materiale) l'una dall'altra. L'unica strada ancora aperta è quella del determinismo psicologico. Secondo il determinismo psicologico un evento mentale dipende da un altro evento mentale che lo precede. Spesso si usa, a dimostrazione di questa tesi, l'idea dell'associazionismo. Quando vediamo due cose assieme, dice l'associazionismo, quando pensiamo all'una, tenderemo a pensare all'altra. Noi associamo delle idee, di una natura tale che il presentarsi dell'una comporta il presentarsi dell'altra.

In polemica con il determinismo psicologico Bergson ci offre tre esempi interessanti:

1) Nel primo esempio due uomini hanno interrotto una discussione e decidono di riprenderla, dopo qualche istante si accorgono che entrambi hanno pensato ad un nuovo oggetto di conversazione. I due soggetti prima parlavano di un tema, successivamente, interrotta la discussione, passano ad un altro soggetto. Certamente l'associazionista potrà spiegare il passaggio da un soggetto di discussione all'altro attraverso una serie di idee intermedie che hanno causato l'idea del nuovo soggetto. Tuttavia, osserva Bergson, se chiedessimo ai due di spiegarci dove è avvenuto il cambiamento nella discussione, ecco che i due darebbero risposte diverse, collocando in punti differenti della discussione quell'idea comune.

2) Nel secondo esempio un uomo si alza per chiudere la finestra, ma, una volta che si è alzato, dimentica cosa doveva fare. In questo caso si può pensare che esistano due idee, ma che una sia venuta meno. Quel che non si spiega, dice Bergson, è il fatto che il nostro soggetto non si siede di nuovo, ma pensa, in quanto ha l'idea vaga che doveva fare qualcosa, solo che non ricorda cosa. A partire dal movimento compiuto il soggetto vorrebbe derivare la sua idea o fine. Abbiamo da un lato un rappresentazione del movimento da compiere e dall'altro l'idea di un fine da perseguire. L'associazionista afferma che le due idee sono collegate, ma sostiene che in quel caso viene a mancare l'idea del fine. Tuttavia, sembra che il soggetto ricordi che doveva fare qualcosa e che non lo ha fatto. Secondo Bergson, in questo caso, l'associazionista direbbe che il soggetto associa la sua rappresentazione di movimento con un altro fine, ma sostenere una cosa del genere non ha senso: infatti con un nuovo fine dovrebbe cambiare anche la rappresentazione del movimento da compiere. Bergson suggerisce che a seconda del fine le stesse rappresentazioni di movimento appariranno diverse.

3) Nel terzo esempio un soggetto annusa una rosa e comincia a ricordare eventi del passato. L'associazionista qui dirà certamente che il soggetto associa il profumo della rosa con certi ricordi. È difficile dire, tuttavia, che la rosa è la causa dei miei pensieri. Infatti io sento e ricordo delle cose quando annuso la rosa, ma non è lo stesso per gli altri. In pratica l'associazionista si basa solamente su un elemento oggettivo, ma trascura completamente quelli soggettivi.

Il determinista intende determinare le azioni di un soggetto cercando di comprendere i moventi del soggetto stesso. L'associazionista cercherà di trovare le cause sul piano del puro pensiero. L'errore dei due, secondo Bergson, sta nella concezione del tempo, un tempo pensato come spazializzato.

A questo punto Bergson spiega la differenza tra il determinista e il difensore del libero arbitrio seguendo questo schema. Immaginiamo una retta MO, che nel punto O si apre ad un bivio. Al bivio si aprono due possibilità: la retta OX e la retta OY.

Il determinista pensa il percorso MOX di un soggetto, come qualcosa di già determinato. Il problema del determinista sta nel capire cose ha condotto un soggetto nella sua scelta.

Chi difende l'idea del libero arbitrio si colloca sul punto della scelta per sostenere l'esistenza di una esitazione da parte di un soggetto nella scelta tra due alternative. 

 

Un determinista ragiona in termini di probabilità: più cose sappiamo su un soggetto, più potremmo fare delle predizioni più sicure. Dunque il determinista è convinto se conoscessimo le azioni precedenti di un soggetto, potremmo dire quale sarà la sua mossa successiva. Spinoza sosteneva che un Dio che conoscesse tutte le cause presenti nel mondo, potrebbe predire cosa farà un certo soggetto tra cinque minuti. Bergson propone un esempio analogo: il caso di Pietro e Paolo. Paolo è un filosofo ed è un filosofo che vuol scoprire cosa farà Pietro come prossima azione o mossa. Paolo deve conoscere le azioni di Pietro per sapere cosa farà Pietro. Tuttavia, anche se le conoscesse tutte, non sarebbe sufficiente, egli dovrebbe essere Pietro, vivere tutti quei momenti e arrivare al punto fatidico. Ma dato che questo non è possibile, è molto probabile che se Paolo azzecca l'azione di Pietro è perché la conosce già, perché descrive qualcosa di già accaduto.

Noi pensiamo che sia determinabile l'azione di una persona perché pensiamo: "Io lo conosco, lui ha questo carattere, è fatto così, di solito agisce in questo e quest'altro modo...". Ci sono persone come Kant, che tutte le mattine fanno la stessa passeggiata, che sembrano altamente prevedibili. Tuttavia, osserva Bergson, il carattere, anche se non ce ne accorgiamo, esso cambia continuamente.

I deterministi e i difensori del libero arbitrio propongono due visioni che non portano a nulla. Il determinista dice semplicemente che una volta che l'azione è accaduta è accaduta, si tratta solo di capire perché. Il difensore del libero arbitrio, invece, sostiene che se un'azione non è ancora avvenuta, essa non è ancora avvenuta.

Loro hanno diviso il tempo in punti, si trattava solo di capire se il punto successivo dipende strettamente dal precedente, ossia se un istante è causa di un altro istante.

Problema: è il tempo spazio? Secondo Bergson no. Se il tempo non è spazio non è divisibile, ma se non è divisibile sarà difficile trattarlo come un'insieme di istanti l'uno che dipende dall'altro. Ovviamente il moto dei pianeti è prevedibile, ma non è la stessa cosa per quel che riguarda la vita cosciente di un individuo. Questo perché non si comprende la natura della durata e si continua a trattarla in termini spaziali. Da un lato si pensa il tempo come un insieme di punti, dove i successivi dipendono dai precedenti, dall'altro si crede che le stesse cause producano gli stessi effetti. Certo, dice Bergson, se ci fossero anche solo due cause uguali nel tempo, ma non è così (si possono mica ripetere gli eventi?). Oltretutto, se anche esistessero cause uguali, cosa mi garantisce che se una causa ha prodotto in passato certi effetti, essa continuerà a farlo?

Noi pensiamo che le relazioni causali siano necessarie perché crediamo nell'esistenza di eterne leggi della fisica. Quel che non si capisce è cosa garantisca la necessità e l'universalità di tali leggi. Gli occasionalisti pensavano che fosse Dio il garante. Kant dirà che è la mente umana, ma fondare la causalità sull'uomo perché dovrebbe essere meno problematico di fondarla su Dio?

In conclusione Bergson crede nella libertà. Noi siamo liberi perché i nostri atti hanno carattere di spontaneità e ogni momento è creazione. Siamo liberi proprio perché la durata non è un tempo spazializzato dove gli istanti successivi dipendono dai precedenti. Questa libertà, tuttavia, non può essere definita, essa è rappresentata dallo slancio vitale della vita.


sabato 21 aprile 2018

Deleuze: la ragione intuitiva VIII


 






Nei testi precedenti ho parlato di razionalità. Fino a questo momento ho presentato dei modelli di razionalità che più o meno rientrano nello schema di Kant. Ho designato la ragione strumentale come lo stadio più primitivo della razionalità. Per ragione strumentale intendo quella ragione che si interroga sulla razionalità dei mezzi soli e non dei fini. A partire dalla ragione strumentale i modelli di razionalità si fanno più complessi ed evoluti. Ci sono modelli di ragione in un cui il fine non è più un mezzo per qualcos'altro (es. ragione pratica pura di Kant), modelli in cui la ragione prima di capire quali sono i mezzi più razionali, si chiede se i fini siano razionali o meno (es. ragione oggettiva di Horkheimer), ci sono modelli in cui la ragione non riguarda giudizi a posteriori come la ragione strumentale, ma giudizi a priori (es. ragion teoretica pura di Kant) e altro ancora. Qualcosa, tuttavia, sfugge al modello di Kant e non vi può essere compreso: l'intuizione. Kant intende per intuizione il singolo dato sensibile e quando si chiede se siano possibili delle intuizioni per l'intelletto, egli afferma che è impossibile. Esiste un altro senso della parola "intuizione", che è il senso che noi attribuiamo normalmente a questa parola: avere un'idea brillate. Spesso pensiamo che l'intelligenza sia una questione di ragionamento e con questo spesso intendiamo un calcolo logico deduttivo. Tuttavia esiste un altro tipo di intelligenza: un'intelligenza intuitiva. Senza questo tipo di intelligenza non sarebbe possibile nemmeno quel calcolo logico deduttivo, in quanto l'intuizione sta alla base della congiunzione e della connessione di idee. La mia intenzione è di presentare un altro modello di razionalità basato sull'intuizione. Questo modello è stato pensato principalmente da due filosofi: Henri Bergson e Gilles Deleuze. Deleuze stesso interpreta il metodo di Bergson come metodo che segue l'intuizione.

Esistono due modelli classici sull'intuizione: la teoria razionalista dell'intuizione e la teoria empirista dell'intuizione. Quella che chiamo teoria razionalista dell'intuizione sostiene che possiamo avere un'idea nuova semplicemente sommando due o più idee della nostra mente. Supponiamo che le menti funzionino come degli insiemi. Data la mente A al tempo t1 come insieme che contiene gli elementi (idee) A e B, è sufficiente sommare A e B per ottenere C, l'idea nuova che deriva dalla somma. L'equazione A + B = C esprime la somma di due idee per ottenere una terza idea. Questo modello dice certamente qualcosa di vero, ma manca completamente il punto: dov'è l'intuizione? La somma non ci restituisce mai l'intuizione, così come nessun calcolo logico. L'intuizione è piuttosto questo: come ti è venuto in mente di fare questo: A + B = C? L'intuizione è l'idea di sommare le due idee per avere la terza idea, quindi è un'altra idea. Se prima le idee nella mente erano due, dopo non sono tre, ma quattro. L'intuizione non era un'idea già presente nella mente: veniva da fuori. In tedesco si usa il verbo "einfallen" per dire che ci è venuto in mente qualcosa. Letteralmente il verbo vuol dire "cadere dentro". Problema: da dove? Da dove viene l'intuizione? La teoria empirista dell'intuizione tenta di risponde a questo problema affermando che l'intuizione viene dall'esterno, dal mondo che è oggetto dell'esperienza. Se osservo un oggetto e noto un cambiamento in esso, o se semplicemente vedo un oggetto da un'altra prospettiva, potrei avere una brillante intuizione. I problemi di questo modello sono i seguenti: sul piano empirico gli oggetti possono rimanere identici anche se ontologicamente mutano; quando un oggetto muta, non è detto che io sia consapevole che sia mutato, potrei anche non accorgermene; nel caso cui me ne accorgessi, a quel punto devo spiegare cosa ha fatto sì che prima non ho notato il mutamento e ora sì, tenendo presente che non posso appellarmi ad altri fatti esterni, salvo rari casi. Un altro modello sull'intuizione meriterebbe di essere aggiunto: il modello platonico. È famoso l'episodio del Menone in cui Socrate interroga uno schiavo dimostrando che anche lo schiavo, pur non avendo mai seguito nessun corso di matematica, è arrivato a risolvere il teorema di Pitagora. Secondo Socrate la spiegazione dell'intuizione dello schiavo è la seguente: l'anima prima di cadere in questo mondo ha contemplato le idee nell'iperuranio e quando è caduta ha dimenticato la verità, tuttavia in quel momento ha incominciato a ricordare qualcosa. L'intuizione è un ricordo, un frammento di qualcosa di molto profondo che riemerge dall'anima. Questo modello ha troppe assunzioni indimostrabili (anima, immortalità, idee platoniche, mondo delle idee, ecc.), per questo è difficile da sostenere come tesi. Tuttavia esiste un altro modello che potrebbe sembrare diverso, ma in realtà è abbastanza simile e ha molte meno assunzioni indimostrabili. Mi riferisco al modello freudiano dell'intuizione. Alcune persone, continuando a pensare ad un problema durante il giorno, sognano la soluzione ("la notte porta consiglio"). Secondo questo modello l'intuizione dipende dal fatto che noi diventiamo coscienti di contenuti inconsci. Le idee, in questo senso, possono essere dette nuove, solo nella misura in cui ci erano oscure, ma hanno sempre abitato in noi. Questo modello ha come unica assunzione l'esistenza dell'inconscio.

Rispetto a questi tre modelli quello di Deleuze ne rappresenta un quarto molto più avanzato. I modelli precedenti sono opposti nella misura in cui alcuni cercano l'origine delle intuizioni nel mondo esterno e altri nel mondo interno. Deleuze rompe con l'opposizione esterno/interno grazie al suo concetto di Fuori. Deleuze pensa piuttosto una dimensione anonima che precede la distinzione soggetto/oggetto o interno/esterno. Deleuze con Freud coglie l'importanza dell'inconscio nel pensiero, ma pensa l'intuizione come un metodo rigoroso. Il metodo dell'intuizione in Bergson secondo Deleuze segue principalmente tre punti:

1) Portare il vero e il falso nei problemi.

2) Combattere l'illusione e trovare le differenze di natura.

3) Porre i problemi e risolverli non in funzione dello spazio, ma del tempo.

La nozione di intuizione in Deleuze si intreccia con il tema del problema. Il primo passaggio dell'intuizione consiste nel riconoscere che il vero e il falso riguardano i problemi, non meno delle soluzioni e delle risposte. Bergson spesso scrive a proposito di problemi mal posti, Bergson critica chi confonde il tempo con lo spazio, chi considera antecedente la privazione rispetto alla presenza di qualcosa, chi confonde la memoria con la percezione. È a partire da queste confusioni che nascono tutti gli errori e i problemi mal posti. Questo spiega anche il secondo punto: la guerra contro l'illusione. L'ultimo punto si riferisce alla relazione tra la durata e l'intuizione. L'intuizione è durata nella misura in cui è processo.

L'intera sezione sulla filosofia del testo Che cos'è la filosofia? di Deleuze e Guattari è dedicato al tema dello studio dei problemi e dell'origine dei concetti. La creazione dei concetti, secondo Deleuze, costituisce la pratica del filosofo. Il filosofo è l'amico del concetto. Il concetto non si scopre: si crea. È importante sapere come è avvenuto questo fatto, perché il concetto si crea in risposta ad un problema. Per capire da dove nasce un concetto bisogna essere ben consapevoli del problema che sta a monte rispetto al concetto. Un esempio di Deleuze: il concetto di Idea di Platone nasce dal problema dei pretendenti. Se vogliamo capire chi è il migliore in un dato settore, ad esempio il management, è opportuno avere un modello del manager ideale e capire quale tra le persone selezionate si avvicina di più al modello. Ogni cosa per Platone è in relazione alle idee sia perché è mimesis delle idee sia per metexis, ossia per partecipazione nell'idea. La partecipazione ha diversi gradi nelle cose, ci sono cose che partecipano di più dell'idea e altre di meno. Il concetto è definito da Deleuze come puro incorporeo, come qualcosa di virtuale che sfugge alle coordinate energetico-spazio-temporali. Il filosofo non è dedito alla chiacchiera o al dialogo, come gli uomini di senso comune che si radunano ai tavoli del bar per condividere commenti sulle proprie passioni. Il filosofo è seduto a un tavolo da gioco e lancia dadi, come faceva Eraclito davanti al tempio di Artemide. I problemi vanno costruiti e c'è un buon modo per costruire i problemi e uno cattivo. A seconda di come è stato impostato il problema, la risposta viene da sé. Il concetto si genera a partire da come il problema è stato costruito. Tutto questo deve essere visto come intuizione. Inoltre Deleuze parla di un piano di immanenza, un piano sorvolato da questi concetti come eventi. I concetti si concatenano sul piano e il piano definisce le opzioni. Ogni domanda ha le sue opzioni di risposta, le antinomie di Kant sono sempre due opzioni diverse alla stessa domanda.

Deleuze intende costruire una nuova immagine del pensiero con il concetto di intuizione. Questo progetto è già presente in Differenza e ripetizione. La Critica della ragion pura ha un difetto fondamentale: il trascendentale è stato pensato ricalcandolo sulla realtà empirica, in questo senso esso è doppio rispetto all'empirico. Kant ha pensato le condizioni di possibilità di conoscenza del mondo stesso sulla base della struttura del mondo, in questo senso il suo trascendentale rimane un doppio della realtà empirica. Che il pensiero debba semplicemente essere il doppio della realtà è esattamente ciò che critica Gilles Deleuze. L'immagine classica della verità in filosofia viene da Aristotele e Aristotele sostiene la teoria della corrispondenza. Secondo la teoria della corrispondenza un enunciato è vero se e solo se esiste un fatto che corrisponde a quell'enunciato (l'enunciato "il muro è bianco" è vero se e solo se esiste un muro che è bianco ed è esattamente il muro a cui si riferisce la frase). Questo riduce il pensiero ad una riproduzione della realtà, ad fatto di doppio, eliminando completamente l'aspetto produttivo. Deleuze, al contrario, riconosce la produzione della verità a partire dalla costruzione dei problemi. La forma di pensiero che si limita a riprodurre la realtà è il riconoscimento. Lungo la storia della filosofia il riconoscimento è l'immagine del pensiero più diffusa. È bene citare almeno tre nomi: Socrate, Cartesio e Kant. Nel Teeteto Socrate pensa il falso e il vero a partire dal misconoscimento e il riconoscimento. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teodoro!", allora dico il falso perché non l'ho riconosciuto. Penso sia Teodoro, mentre è Teeteto. Se passa Teeteto, se io lo saluto affermando "Salve, Teeteto!", dico il vero perché l'ho riconosciuto. Infatti egli è effettivamente Teeteto. Cartesio, nella seconda delle Meditazioni, sostiene che se osserviamo un pezzo cera compatto con le sue qualità, poi lo sciogliamo al fuoco, saremo in grado di riconoscere che è lo stesso pezzo di cera. Da questa osservazione Cartesio intende inferire che c'è un soggetto pensante alle spalle di questo riconoscimento, ma continua a far riferimento al modello del riconoscimento come forma di pensiero. Kant nella Critica della ragion pura costruisce un modello di pensiero che chiama "giudizio determinante". Il giudizio determinante consiste nell'applicazione della regola al caso, l'applicazione del concetto all'intuizione. Il concetto secondo Kant consiste in una funzione che unifica una molteplicità di rappresentazioni. Il concetto di uomo unifica una serie di rappresentazioni di uomini, ad esempio Socrate. Il concetto senza l'intuizione (il dato sensibile) resterebbe vuoto, così come l'intuizione senza concetto sarebbe cieca. La conoscenza in Kant consiste nell'unione di queste due parti. La comunicazione tra queste due parti eterogenee è possibile solo grazie alla rappresentazione. Così la conoscenza diventa un'applicazione del concetto all'intuizione attraverso lo schema. Questa conoscenza rimane sempre una forma di riconoscimento perché consiste in questo: applicare il concetto all'esemplare e dire che l'esemplare ricade sotto quel concetto. Dire, cioè, questo è un tappeto, ossia il tappeto intuito coi sensi ricade sotto il concetto di tappeto. Il problema del riconoscimento non riguarda solo la filosofia ed è anche piuttosto attuale. Le neuroscienze, come nota lo stesso Deleuze, fanno del cervello l'organo del riconoscimento. Nelle neuroscienze si parla molto di referenziale ed inferenziale. Si parla di referenziale quando, vedendo qualcosa, sono in grado di dire cosa è a partire dalla semplice impressione dell'oggetto. L'inferenziale, invece, si basa sull'inferenza. Se ho una serie di dati, per esempio mi dico che un koala ha la pelle grigia, delle orecchie rotonde, che si arrampica sugli alberi, quando vedrò un animale, sulla base di quei dati, potrò dire se si tratta di un koala o meno. Entrambe queste funzioni condannano il pensiero ad essere riproduzione e non produzione. In una qualche misura sono proprio l'opposto dell'intuizione.

Il pensiero secondo Deleuze è un irruzione del nuovo, come un fulmine che ci colpisce in un istante. Qualcosa fa breccia nella nostra mente, un segno tutto da decifrare. Il pensiero implica le potenze dell'inconscio. Il pensiero non rinvia ad un soggetto pensante (Cogito), ma alle potenze anonime dell'inconscio stesso che precedono l'Io e lo attraversano creando un disordine nelle facoltà, tutto l'opposto dell'armonia del bello. Si tratta piuttosto del caotico sublime. Il pensiero è processo e l'intuizione funziona proprio in questo modo. 

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sabato 7 aprile 2018

Levi Bryant: il virtuale nella sostanza III b2





2 Ontologia orientata al virtuale: come usare Deleuze nell'ontologia orientata all'oggetto

In questa seconda parte su Levi Bryant intendo addentrarmi sempre di più nel tema ontologico del libro Democracy of the objects (democrazia degli oggetti). In questo articolo tratterò meglio del tema della sostanza. Secondo la terminologia della filosofia classica un oggetto è fatto di sostanza e qualità; le qualità sono attributi della sostanza. Di solito si distingue nella sostanza ciò che è accidente da ciò che è essenziale. Se pensiamo ad una sedia come oggetto, l'oggetto ha una sostanza e una serie di proprietà (materiale, colore, forma, numero gambe, schienale, ecc.). Ci sono proprietà tolte le quali la sedia non potrebbe più essere definita sedia. Supponendo che queste siano l'avere quattro gambe e uno schienale, ne segue che queste sono proprietà essenziali, mentre tutte quelle proprietà che non sono essenziali sono accidentali. Questi sono i termini classici usati nello studio dell'oggetto in filosofia, ma ci sono filosofi che non ammettono l'esistenza di essenze e altri che non credono nemmeno nell'esistenza della sostanza. Vediamo meglio questo secondo problema: l'esistenza della sostanza. Molta della terminologia classica dell'ontologia in filosofia viene dal testo Metafisica di Aristotele. Aristotele è il filosofo a cui si deve la teoria della sostanza. La sostanza in Aristotele è ciò che non può essere predicato di qualcos'altro ed è qualcosa di semplice (non divisibile). Le sostanze, inoltre, secondo Aristotele, non sono dialettiche, al contrario delle qualità. Per ogni qualità esiste un suo contrario, per esempio una cosa o è rossa o è non rossa. La sostanza non funziona come la logica dei contrari della dialettica. La sostanza sta per l'individuo, mentre la qualità rimane ancora su un piano generale. Le sostanze normalmente si distinguono per numero e per via delle qualità che possiedono, tuttavia la sostanza non è mai l'insieme delle qualità e tanto meno la mera somma delle sue parti. Se la sostanza non è la somma delle sue parti e non è nemmeno la semplice unione delle sue qualità: che cos'è la sostanza? La sostanza per definizione è qualcosa che sta sotto, come un sostrato; così almeno era pensata dai primi filosofi. Questo concetto è rimasto a lungo dominante nel campo della filosofia sino alla sua messa in discussione da parte degli empiristi. L'empirista, il quale fonda il proprio sapere sulla pura realtà empirica, critica il concetto di sostanza come qualcosa di oscuro. Dal punto di vista sensibile non si vedono che qualità, perché allora aggiungere la sostanza? Come ho spiegato nell'articolo precedente, questo problema emerge nell'empirista perché l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a ciò che possiamo esperire con i nostri cinque sensi. Da quella prospettiva la sostanza appare come un'entità supposta, oscura e del tutto invisibile. John Locke è stato il primo a mettere in discussione l'esistenza della sostanza, ma Locke continuava ancora a sostenere che qualcosa come la sostanza, sebbene si tratti di qualcosa di non conoscibile, deve esistere. Solamente con Berkeley, e successivamente con David Hume, la sostanza è stata completamente eliminata a favore delle sole qualità. In questo senso l'oggetto è ridotto alle sue qualità sensibili e diventa, come nel caso di Hume, una semplice impressione. Il passaggio successivo, come è successo con la causalità, è stato quello di porre il fondamento della sostanza non nella cosa esterna, ma nella struttura dell'intelletto umano. Dunque il passo successivo è stato compiuto da Kant. Kant ha pensato la sostanza come categoria dell'intelletto.

Oggi la categoria di sostanza torna a giocare un ruolo importante nella filosofia continentale, soprattutto nell'ambito dell'ontologia orientata all'oggetto. Senza la sostanza non vi sarebbe un oggetto propriamente detto. Chi ha negato l'esistenza della sostanza ha negato l'esistenza degli oggetti o ha ridotto gli oggetti a mere impressioni. L'ontologia orientata all'oggetto intende difendere la nozione di oggetto di fronte a qualsiasi tipo di riduzione. La categoria di sostanza gioca un ruolo importante nel pensiero di Graham Harman, ma ne gioca uno altrettanto importante in quello di Levi Bryant. Detto ciò: come si risolve il paradosso della sostanza? Bryant lo risolve pensando la sostanza come una frattura tra le qualità e la sostanzialità. L'essenza della sostanza consiste nell'alienarsi da sé e questa frattura genera una differenza. Secondo Bryant ciò che definisce l'oggetto non è tanto l'insieme delle sue qualità, ma le sue capacità e i suoi poteri. Di fatto un oggetto potrebbe non avere qualità, ma necessariamente avrà delle capacità. Non solo! le relazioni sono sempre esterne rispetto all'oggetto e non interne. Bhaskar distingue tra il sistema chiuso e il sistema aperto. Solo nel sistema chiuso avvengono fenomeni di costanti connessioni di eventi, per questo la relazione non può essere interna all'oggetto. Più precisamente Levi Bryant distingue due forme di relazioni: endo-relazioni (endorelations) come relazioni che costituiscono la struttura interna degli oggetti; exo-relazioni (exorelations) come relazioni che intrattiene l'oggetto con altri oggetti. L'oggetto, dunque, non è definito dalle sue qualità o dalle relazioni con altri oggetti (exo-relazioni), ma dal suo potere che è un potere di produrre eventi. Bryant definisce la sostanza come una macchina differenziale (difference engine). L'ontologia che difende Bryant è un'ontologia orientata alle macchine che, come spiegherò, si ispira molto alla filosofia di Gilles Deleuze. Con Deleuze Levi Bryant sostiene lo statuto di virtualità dell'ente in quanto tale rispetto alle sue manifestazioni locali. Levi Bryant divide la sostanza come essere propriamente virtuale (virtual proper being) dalle qualità e gli eventi, i quali costituiscono semplicemente delle manifestazioni locali (local manifestations). La manifestazione locale potrebbe essere confusa con il dato empirico, ma qui Bryant suggerisce di non farlo, perché la manifestazione locale va distinta dalla manifestazione per un soggetto. Questo lo afferma in quanto sostiene che le manifestazioni locali sono notevolmente maggiori di ciò che è dato nel campo empirico ad un soggetto. La manifestazione locale certamente dipende dal contesto e può essere una qualità o un evento. Tuttavia la qualità, secondo Levi Bryant, non è qualcosa che l'oggetto possiede, ma è qualcosa che l'oggetto fa. La qualità è una produzione a partire dal fatto che l'oggetto ha una capacità o un certo potere. La frattura tra il virtuale e l'attuale, tra la sostanza e le sue qualità, è ciò che viene definito da Bryant con il termine "differenza".

In queste pagine Bryant parla spesso di Graham Harman, filosofo con cui condivide alcuni punti cruciali nell'ontologia. Prima di tutto Bryant sostiene che l'oggetto non è solamente in quanto è accessibile ad un soggetto, ma che il soggetto, lui stesso, è un oggetto come gli altri. In secondo luogo Bryant afferma che l'oggetto non deve essere mai ridotto né alle impressioni sensibili che si danno al soggetto e nemmeno alle parti o componenti più piccole che lo costituiscono. Prendendo un esempio da Harman citato da Bryant: non è che l'esercito debba essere ridotto ai suoi soldati, come se l'unica cosa che esiste fossero solamente i soldati, mentre l'esercito non esiste. Il problema diventa, a questo punto, quello di costruire un'ontologia che possa tenere conto di entità molto complesse e spiegare in che modo queste non siano riducibili alle loro parti. Ogni livello dell'ontologia deve essere tenuto distinto, assegnandogli un'esistenza sua propria. L'esercito, in questo esempio, è sostanza quanto i singoli soldati. Un'ultima cosa: se anche il soggetto è un oggetto, questo significa che l'ontologia orientata all'oggetto rompe con la tradizione che pensa l'oggetto come opposto al soggetto, cioè rompe con l'origine stessa della parola oggetto, la quale sia in latino che in tedesco sta a significare etimologicamente ciò che sta contro.

Il problema della sostanza consiste nel fatto che giace al di là del campo che comprende tutto ciò che è sensibile, perciò non è accessibile all'uomo attraverso i sensi. Questo costituisce un problema tipicamente correlazionista, in quanto, essendo che la sostanza non è conoscibile, non è possibile dire che esiste. Questo problema nasce dal fatto che il correlazionista fa dipendere l'essere della realtà dalle nostre facoltà cognitive e dalla nostra possibilità di accadere ad essa. Il realismo speculativo rompe completamente con l'idea che l'essere dipenda dal sapere. In questo senso, per il realismo speculativo, la sostanza è completamente indipendente rispetto a ciò che noi sappiamo sulla sua natura e non dipende per nulla dalla nostra conoscenza di essa. Nel caso di Levi Bryant le sostanze non sono unità, ma delle molteplicità. In questo Bryant segue Giles Deleuze come filosofo del virtuale nella sostanza. Un caso presentato di sostanza, usato come esempio, da parte di Bryant, è la tazza di caffè blu. Levi Bryant distingue l'essere propriamente virtuale (virtual proper being) come struttura formattata e unità che dura nel tempo dalle manifestazioni locali (local manifestation) che sono rappresentate dalle differenti qualità dell'oggetto. L'oggetto in quanto tale è costituito dal suo essere propriamente virtuale, rispetto al quale ogni qualità è una pura attualizzazione di questo essere virtuale. Le attualizzazioni costituiscono la parte manifesta dell'oggetto. Tuttavia, la manifestazione, come osserva Bryant, non va intesa come una presentazione dell'ente ad un soggetto. La manifestazione resta tale anche senza alcun osservatore. Ciò che dipende dall'osservatore è l'apparenza o il fenomeno, ma questo costituisce solo un sottoinsieme della manifestazione. Secondo Levi Bryant la sostanza, a differenza di quel che si dice nell'ontologia classica, non è un sostrato, ma una organizzazione di qualità. Sapendo che le qualità mutano dell'oggetto, gli ontologi classici per cercare la sostanza hanno intrapreso la via dell'astrazione, ossia hanno sempre cercato quel che rimaneva identico nei vari mutamenti. Bryant prende un'altra strada: quella del virtuale. In questo modo l'oggetto è definito da Bryant a partire dai suoi poteri, ma l'insieme dei poteri dell'oggetto è necessariamente maggiore rispetto a tutte le qualità e le manifestazioni locali che di volta in volta si danno dell'oggetto. Levi Bryant riprende la teoria del virtuale dal filosofo Gilles Deleuze, ma adotta anche una certa versione più recente di questa teoria sviluppata dal filosofo Manuel De Landa. Bryant, ad esempio, condivide con De Landa la distinzione tra lo spazio di fase dell'oggetto e i poteri dell'oggetto. De Landa rilegge il concetto di molteplicità deleuziana a partire dalla teoria dei sistemi dinamici della fisica. Secondo Deleuze, così come nel matematico Riemann, matematico da cui Deleuze riprende il concetto, la molteplicità è uno spazio n-dimensionale. Questo spazio nella teoria del virtuale di De Landa diventa lo spazio di tutte le trasformazioni possibili dell'oggetto. Se prendiamo un oggetto come un pendolo, asserisce De Landa, questo oggetto può mutare nella posizione o nello slancio. Il pendolo dunque ha due gradi di libertà e due mutamenti possibili, perciò la molteplicità corrispondente al pendolo ha due dimensioni. Lo stato attuale del pendolo è definito da un punto in quello spazio che costituisce uno spazio di fase. Tra un massimo e un minimo il pendolo attraversa diversi punti. De Landa cita anche altri esempi: la bicicletta, essendo composta di manubrio, ruota davanti, ruota posteriore e due pedali, potendo questi cinque elementi mutare solo in due modi (posizione e slancio), avrà dieci gradi di libertà e corrisponderà ad uno spazio a dieci dimensioni. Anche qui, a seconda dei mutamenti attuali della bicicletta, la bicicletta occuperà uno punto nello spazio di fase. 







 

Con questa visione del virtuale, quella di De Landa, Levi Bryant intende intraprende una strada diversa da quella di De Landa in quanto De Landa pensa il virtuale come insieme di processi nei quali l'ente avrebbe potuto essere stato coinvolto, ma non lo è stato, mentre Bryant pensa il virtuale come insieme dei poteri che l'ente stesso possiede. Per esempio, Bryant afferma che la tazza blu non è blu nel senso che possiede la qualità del blu, ma nel senso che blueggia (the mug is bluing), che ha il potere di manifestarsi come blu. Questo potere è il potere si assumere un certa gamma di colori, non tanto potere di essere solamente blu. La nitidezza e la chiarezza del colore blu o dei colori della tazza può mutare completamente, ma quando, ad esempio, la tazza appare nera, non bisogna pensare semplicemente che il suo colore è nascosto, che l'assenza di luce non lo mostra, ma bisogna pensare piuttosto che quello è un altro modo di manifestarsi della sostanza della tazza. Ovviamente i colori che assume la tazza dipendono dalle exorelazioni che intrattiene la tazza stessa e certamente dipendono anche dalla luce, ma queste exorelazioni sono molte. L'insieme delle exorelationi spiegano il mutamento delle qualità di un ente. Per esempio il cambiamento della temperatura.

Questo riferimento alle exorelationi nel virtuale è molto importante, in quanto, mentre le attualizzazioni locali seguono la logica della geometria, il virtuale segue la logica della topologia. Bryant cita Steven Connor, il quale definisce la topologia come lo studio delle strutture spaziali che rimangono invariate rispetto a deformazioni come l'allungamento o la piegatura. Bryant interpreta la geometria e la topologia come due modi differenti di approcciarsi allo spazio, due aspetti della sostanza: virtuale e attuale. Questo aspetto è importante perché con questo Bryant si distanzia ulteriormente da Manuel De Landa, il quale pensa comunque una continuità tra la topologia e le altre geometrie, una continuità resa possibile da un fenomeno di rottura di simmetria che permette di passare da una geometria più simmetrica ad una meno simmetrica, seguendo la gerarchia delle geometrie sognata da Felix Klein, il quale poneva la topologia al vertice e la geometria euclidea ai piedi della piramide. In Bryant, al contrario, si riscontra piuttosto una cesura tra i due termini. I poteri dell'ente in quanto virtuale sono tutti sul lato della topologia e sono funzioni di exorelazioni che l'ente intrattiene con altri enti. Ogni variazione topologica costituisce un punto nello spazio di fase.

Sembra strano dover pensare che le qualità non sono cose possedute dall'oggetto, ma effetti dei suoi poteri e che quindi l'oggetto agisce. Questo, secondo Levi Bryant, dipende dal fatto che non siamo molto abituati ad osservare variazioni nell'oggetto, che l'oggetto spesso ci appare in quiete e piuttosto stabile. Bergson è stato il primo ad osservare che la percezione è di natura fotografica, che quindi tende a non cogliere il divenire che pure è implicito in ogni cosa. Simondon è un altro ad aver sottolineato il pregiudizio dell'uomo a favore delle manifestazioni locali, dell'individuo già dato. Non cogliamo l'oggetto come qualcosa che agisce. In effetti, afferma Bryant, nel nostro mondo una serie di condizioni sono piuttosto stabili (gravità, pressione e temperatura), per questo si confondo le qualità con gli oggetti, per questo le exorelazioni dell'oggetto sono relativamente stabili. 

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sabato 31 marzo 2018

La problematica come scienza dei problemi








Il seguente articolo presenta gli sviluppi della scienza dei problemi. Sono anni che studio le domande e i problemi. Nel corso degli anni ho sviluppato una vera e propria scienza su questo tema. Ho scritto in passato su questo, ma molti testi erano abbastanza confusi o quasi solo degli abbozzi. In tempi recenti sono riuscito a costruire una struttura coerente della problematica e ho scritto alcuni articoli altrove (La problematica: i fondamenti di un metodo, La problematica: la tassonomia delle domande, La problematica: il problema della gerarchia delle domande e le domande di primo ordine, La problematica: i campi dei problemi). In questo articolo la mia intenzione è di andare avanti con il lavoro sulla problematica, partendo dal materiale pregresso. La spiegazione della problematica attraversa molti punti che corrispondono alle varie sezioni di cui la stessa problematica è composta.

1) I problemi nella storia della filosofia

Il primo settore di interesse della problematica è di natura storica e investiga su ciò che i filosofi hanno detto e scritto sul tema delle domande e dei problemi. Quello che riporterò sono i risultati della mia ricerca, ricerca che consiste nel rintracciare quali sono i contributi che hanno dato storicamente i filosofi per la costruzione di una scienza dei problemi. Il primo filosofo ad aver pensato la filosofia come scienza che parte dai problemi è Socrate. Socrate incomincia con le domande. Dal momento che Socrate afferma di sapere di non sapere, ne segue che non possiede le risposte che sta cercando ed è perfettamente consapevole di non possederle. Se avesse le risposte non avrebbe bisogno di cercarle. Non avendole, deve cercarle. La domanda è l'inizio di una ricerca. Qualcosa che definisce una meta data dalla risposta ad un dato quesito. Noi non possiamo sapere prima quale sarà la risposta, perciò, come in ogni viaggio, non sappiamo dove ci poterà il percorso. Socrate è anche famoso per aver scoperto una certa tipologia di domanda che si potrebbe denominare: domanda definitoria. La domanda definitoria segue lo schema: Che cos'è x? Socrate inoltre inventa un'arte dell'interrogare che chiama "maieutica", metodo attraverso il quale far partorire risposte nei suoi interlocutori. Le risposte vengono testate da Socrate e se implicano contraddizioni vengono scartate come false. Il difetto del metodo di Socrate consiste nel fatto che Socrate si getta subito sulle risposte dopo aver formulato la domanda. Socrate, infatti, non analizza la domanda e non ci spiega come costruire un problema.

Il primo filosofo a spiegare come si costruisce una domanda è Aristotele. Aristotele suggerisce di costruire la domanda partendo dalla proposizione. In questo modo, partendo dalla proposizione "l'uomo è un bipede implume", possiamo costruire la seguente domanda: "che cos'è l'uomo?". Con un metodo del genere la proposizione risulta una risposta possibile rispetto alla domanda. Tuttavia una risposta possibile può esserlo di più domande. Un esempio: l'affermazione "il muro è bianco" ha come domande possibili "di che colore è il muro?" o "è il muro bianco?". È strano il metodo di Aristotele perché presuppone già la risposta prima che sia ancora formulata la domanda e formula la domanda sulla base di una delle risposte possibili (pertinenti) rispetto alla domanda.

Cartesio nel suo metodo per la scienza inserisce un passaggio interessante sui problemi. Il secondo momento del metodo di Cartesio consiste nella scomposizione dei problemi in elementi più semplici. Cartesio, quindi, suggerisce di analizzare i problemi scomponendoli e sembra sostenere che i problemi hanno delle parti. Cartesio non ci dice nulla di più su questo, ma si tratta comunque di una osservazione interessante di cui io tengo abbastanza conto. In filosofia non si trova molto sul tema dei problemi e dire che si parla spesso dei "grandi problemi della filosofia". L'unico filosofo veramente rilevante sul tema dei problemi è Gilles Deleuze. Deleuze ha pensato una teoria dei problemi a partire da Bergson. Secondo Deleuze l'intuizione di Bergson consiste nell'idea che il vero e il falso si applicano ai problemi allo stesso modo degli enunciati. I problemi si costruiscono e possono essere costruiti bene oppure male. Il problema è come un dado che si lancia. A seconda di come il problema è stato posto il risultato del dado cambia. Non si trovano molti esempi sulla costruzione dei problemi in Deleuze, ma nel saggio Bergsonismo Deleuze propone come esempi quelli di Bergson. Bergson sostiene che i problemi posti male o mal costruiti sono i problemi che hanno alla base delle confusioni. Bergson accusa chi confonde la memoria con la percezione, lo spazio con il tempo. Il problema “perché l'essere piuttosto che il nulla?” è un problema costruito male da Leibniz, secondo Bergson, in quanto Leibniz pensa che il nulla preceda la presenza e fantastica sul modo in cui dal nulla possa essere nato qualcosa. Un interessante filosofo contemporaneo, Manuel De Landa, ha scritto importanti riflessioni sul tema del problema in Deleuze nel famoso libro Intensive science and virtual Philosophy. De Landa pensa il problema come distribuzione di singolarità. Un problema ben costruito è un problema ben definito. Manuel De Landa, dunque, considera le domande più generali come vaghe, al contrario delle domande più specifiche che sono meglio costruite. Il suo esempio: esiste un particolare equilibrio tra le volpi e i conigli di una natura tale che se le volpi aumentano di numero e i conigli, mangiati dalla volpi, diminuiscono, ad un certo punto non ci sono più conigli per sfamare le volpi. La prima domanda posta da De Landa è: perché quel coniglio è stato mangiato? La domanda chiede di un coniglio specifico e la sua risposta sta nell'aumento della popolazione delle volpi. Il problema consiste nel capire perché quel coniglio e non un altro coniglio. Tenendo presente che quell'evento è un punto singolare che inverte la relazione tra le volpi e i conigli. Dopo di ché De Landa riformula la domanda in maniera più specifica: perché quel coniglio è stato mangiato da quella volpe? La domanda chiede: perché quella volpe ha mangiato quel coniglio piuttosto che un'altra. Secondo De Landa esistono dei gradi di specificazione di un problema. Inoltre ogni problema ha sempre delle presupposizioni che non sono espresse e uno spazio di contrasto che ci permette di capire quali sono le opzioni a nostra disposizione. Questi ultimi due punti (presupposizioni; spazio di contrasto) sono essenziali nella problematica.

Sino ad ora ho trattato i termini "domanda" e "problema" come fossero equivalenti, ma non lo sono. Di solito per ogni problema esiste una molteplicità di domande che consistono in tentativi di formulare il problema, di volerlo mettere per iscritto o esprimerlo a parole. Più domande possono avere alle spalle lo stesso problema, semplicemente perché chiedono la stessa cosa. Un esempio: come ti chiami?; che nome hai?; quale nome ti hanno assegnato?; ecc. Capita anche che domande molto diverse riguardino lo stesso problema, anche se sono molto differenti tra loro. Questo perché colpiscono il problema da punti di vista diversi, così come si può illuminare e osservare un oggetto da tante angolazioni. De Landa, ad esempio, ha detto che un problema può avere differenti gradi di specificazione. Per ogni grado si dà una nuova domanda. Capita anche che, posto un problema, ad esempio "il rapporto mente/corpo", vengano formulate differenti domande che colgono il problema sotto vari aspetti a seconda che si pali di "pensiero", "coscienza", "volontà", ecc.

Prima di proseguire conviene definire ancora un paio di termini che userò nel testo:

Risposta possibile: è una risposta pertinente rispetto alla domanda. Esempio: com'è il cielo? Il cielo è sereno.

Risposta impossibile: è una risposta non pertinente rispetto alla domanda. Esempio: quante galline ci sono del pollaio? Due pecore.

Non risposta: è una risposta che non dice nulla. Esempio: perché ci troviamo qui? Ci troviamo qui perché ci troviamo qui.

Tutte le domande seguono una struttura binaria: domandante/domandato. Il domandato è l'oggetto della domanda. Il domandante è tutto il resto.


2) Gli operatori sulle domande

Per studiare le domande ho costruito degli operatori. Questi servono per analizzare elementi specifici delle domande. Ogni operatore serve per estrarre informazioni dalla domanda. Si parte da un problema, si formula una domanda, si analizza la domanda.

Esempio:

Il mio problema: il rapporto tra la mente e il corpo

Domanda formulata: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

A questo punto è possibile analizzare la domanda usando gli operatori della problematica. Gli operatori da me studiati sono i seguenti (alcuni sono nuovi):

Operatore C. (chiarificazione): non è possibile comprendere e rispondere a nessuna delle domande se non sono chiari tutti i concetti che sono impiegati nella domanda. Quindi per prima cosa bisogna estrarre tutti i concetti che compaiono e darne una definizione uno per uno. È importante la chiarificazione perché più soggetti potrebbero intendere cose diverse con la stessa parola, perciò è meglio giungere ad un accordo sui significati dei termini prima di creare ulteriori confusioni. Si noti come questo operatore implichi la risposta ad altre domande come: Cos'è x? cosa significa x? cosa si intendere per x? Ovviamente l'analisi della chiarificazione non si applica al domandato, ma solo al domandante.

Operatore S.A.N.D. (separazione affermazioni e negazioni da domanda): ogni domanda presupposte sempre qualcosa. Per vedere se la domanda è ben costruita conviene conoscere tutte queste assunzioni e capire se sono vere oppure se sono false. La domanda "Chi ha rubato la mia borsa?" implica "esiste una x e x ti ha rubato la borsa", ma se la borsa fosse stata semplicemente persa e non rubata, allora la domanda è posta male.

Operatore R.I.D. (ricerca informazioni sul dato): ogni domanda ha un domandato, ma non potremmo rispondere alla domanda se non avessimo delle informazioni sull'oggetto della domanda. Ad esempio, se chiedo "che cos'è la libertà?", è vero che non so cosa sia, ma devo comunque associare la parola "libertà" a qualche idea o concetto. Se non sapessi nulla sulla libertà, non capirei la domanda che mi viene posta e non potrei di conseguenza rispondere. Qualcosa so sul domandato, devo capire cosa e se è vero quello che so oppure è falso.

Operatore A.C. (analisi contesto): nello studio delle domande potrebbe risultare importante capire in che contesto sono state poste e chi le ha poste. Wittgenstein sosteneva che il significato è l'uso. Questo è vero per una serie di casi, ma non per tutti. Ad esempio non sarebbe vero dell'affermazione "uccidere è sbagliato", altrimenti cambierebbe di significato a seconda del contesto, mentre si pretende che simili affermazioni siano universali. Molte domande attraversano la storia della filosofia, rimangono sempre le stesse, indifferentemente da chi le pone o dal contesto. Quando abbiamo a che fare con le domande di tutti i giorni è molto diverso, o anche solo quando ci interessiamo di un singolo soggetto come un singolo filosofo. In questi ultimi casi il contesto e il soggetto diventano molto più rilevanti.

Operatore G.S. (grado specificazione): della stessa domanda si possono dare delle formulazioni più generali e altre sempre più dettagliate. La domanda che analizziamo si pone spesso in mezzo tra la più generale e la più specifica. Questo operatore serve per calcolare il grado di specificazione della domanda rispetto a tutte le altre formulazioni della stessa domanda. Esempio: perché le macchine esplodono?; perché quella macchina è esplosa?; perché quella macchina è esplosa in quel modo?; ecc.

Operatore R.S.D. (ricerca specie della domanda): ogni domanda appartiene ad una tipologia di domande. La classificazione delle domande per specie e la conseguente ricerca della specie della domanda dipende dall'ontologia della domanda che si sceglie come riferimento. Ci sono più ontologie. Io uso l'ontologia basata sulle risposte. Secondo questa ontologia le domande possono essere prime, seconde o terze (spigherò più avanti il significato).

Operatore R.O.P. (ricerca opzioni possibili): ogni domanda ha una struttura particolare. Usando l'ontologia basata sulle risposte è possibile classificare tutte le domande sulla base delle risposte che ci lasciano come opzione. Una domanda come "essere o non essere?" ci lascia due opzioni di risposta.

Gli operatori possono essere visti come dei comandi. Nella scritturazione della problematica si mette prima la domanda e poi si danno i comandi, scrivendo gli operatori sotto e mettendo sotto ogni operatore i risultati.

Riprendo il caso del problema del rapporto tra la mente e il corpo come esempio.

Domanda: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

C. (Si possono adottare le definizioni di un vocabolario se si vuole.)

- Essere: il Treccani lo definisce in vari modi come "esistere" o "consistere".

- Possibile: "detto di ciò che può esistere, verificarsi, e anche di ciò che non si sa se avverrà o no o che sembra avere qualche probabilità di riuscita." (Treccani)

- Pensiero: "facoltà del pensare, attività psichica; attività speculativa, teoria." (Treccani)

- Alzare: "sollevare, spostare o tirare o spingere in alto, verso l'alto." (Treccani)

- Braccio: "il segmento dell'arto superiore corrispondente all'omero." (Treccani)

- Destra: "la mano che è dalla parte corrispondente al fegato e nella maggior parte degli uomini è più agile e forte dell'altra." (Treccani)

- Causare: "originare, produrre." (Treccani)

- Movimento: "l'azione del muovere o del muoversi." (Treccani)


S.A.N.D.

assunzioni:

- il pensiero causa l'azione.

- nel caso dell'alzare il braccio destro, il movimento è stato causato dal pensiero.

- esiste una relazione tra la mente e il corpo, tale che la mente muove il corpo.

- esiste un modo attraverso il quale la mente causa l'azione.

R.I.D.

Qui le informazioni che posso avere dipendono dalla mia cultura sull'argomento, ossia quanto conosco il mio corpo, le neuroscienze o la filosofia della mente.

A.C.

Essendo una domanda molto generale non ha probabilmente alcun senso chiedersi quando sia stata posta questa domanda e chi l'abbia posta, perciò non serve alcuna analisi del contesto.

G.S.

La domanda, come ho detto, ha un alto grado di generalità, quindi uno scarso grado di specificazione. Se volessimo specificare di più la domanda, allora dovremmo chiedere dettagli più specifici, per esempio parlare del caso di un soggetto particolare che alza braccio destro. Si noti come l'ora, il luogo, movente e altri fattori di questo tipo possono facilmente aumentare il grado di specificazione della domanda. Faccio alcuni esempi di domande più specifiche:

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno e proprio in quel luogo ha causato il movimento del braccio destro?

R.S.D.

Come spiegherò più avanti, secondo la mia ontologia preferita delle domande, questa è una domanda terza. La domanda terza è una domanda che ha “n” risposte, dove n > 2.

R.O.P.

Come ho detto prima la domanda ha “n” risposte, dove n > 2. Le opzioni dunque sono molte. Spiegherò più avanti come comportarsi in questi casi.



3) Logica delle domande

La logica ha come unità di base l'enunciato o la proposizione. Esistono modelli di logica che assegnano per ogni enunciato un simbolo (una lettera), come accade nella logica enunciativa, ma ci sono altri modelli logici che studiano la struttura interna di un enunciato, come accade nella logica predicativa. Le domande non costituiscono degli enunciati, perciò sono completamente fuori dalla logica. Io, al contrario, non voglio escludere le domande dalla logica. La mia sfida consiste nel pensare una logica per le domande, di modo da introdurre un metodo matematico all'interno della scienza della problematica. Aristotele, il padre della logica, sosteneva che la domanda si ricava a partire dall'enunciato. Seguendo questa strada è pensabile che per ogni enunciato vi sia almeno una domanda corrispettiva, rispetto alla quale l'enunciato costituisce una risposta. Perciò se A è un enunciato, allora A' è la domanda che corrisponde a questo enunciato. Domanda: sei Davide? Ha come risposte possibili: si, sono Davide; no, non sono Davide. Se la prima risposta è A, la seconda è ¬ A. La domanda per ognuna delle due risposte rimane A'. Ovviamente il problema è che per ogni risposta ci sono più domande possibili. In questo senso si possono scrivere le varie domande in questo modo: A', A'', A''', ecc. Questo metodo permette almeno di coprire una molteplicità di domande. Inoltre esso ci permette anche di formalizzare domande strutturate in modo più complesso con tanto di connettivi. Ad esempio la domanda “essere o non essere?” sarà (E v ¬ E)'. In pratica basta un segno “ ' “ per indicare la domanda corrispettiva rispetto all'enunciato. Questo segno alle volte può essere preso come una inversione dell'enunciato come nel caso seguente: il computer è rotto (A); è il computer rotto? (A'). Per associare alla domanda una risposta è molto semplice: basta usare il metodo delle funzioni della logica predicativa. Supponiamo che A sia la risposta corretta rispetto alla domanda A', ne segue che R(A') = A. La formula si legge in questo modo: la risposta della domanda è uguale ad una data risposta. È come se ci fossero due insiemi: uno per le domande e uno per risposte, la funzione associa alla domanda la risposta corretta. Nella logica predicativa scrivo in questo modo: Socrate è un uomo diventa “uomo(Socrate)”. In questo caso la formula è Us ed è vera, dunque Us = 1. Se fosse falsa sarebbe Us = 0. Nel caso delle domande la funzione o ci dà come risultato la risposta corretta, ossia una risposta che sia = 1, oppure non può darci un risultato corretto, in questo caso scriviamo: null., ma può dirci che c'è un problema nella domanda, perché, come vedremo, la domanda conterrà delle assunzioni false e perciò non può avere delle risposte corrette. Quando si parla di assunzioni nelle domande si scrive questo nel modo della teoria degli insiemi, dicendo che l'enunciato appartiene alla domanda. Es. (A, B, C) A'. Quindi da questo si ricava che: (A = 0) (R(A') = null.).

4) I teoremi della problematica

La problematica è una scienza che si richiama al modello della matematica. Questa scienza è fondata su una serie di teoremi. È venuto il momento di vedere questi teoremi. Rispetto ai miei studi sulla problematica passati i teoremi sono aumentati e ve ne sono di due tipologie: teoremi per le risposte e teoremi per le domande.

I teoremi di cui ho scritto in passato erano teoremi che partivano dalla domanda e tuttavia ci dicevano qualcosa sulle sue risposte possibili. Ora la problematica aggiunge dei teoremi proprio sulle domande. I teoremi sulle risposte erano prima cinque, ora sono sei. Vediamo tutti i teoremi sulle risposte.

1° teorema:

(∀x(A'x zy ((Az Ay) z = y)) → (A = 1)


Se esistesse una domanda che ha una sola risposta possibile, quella risposta possibile sarebbe necessariamente vera.

Dimostrazione:

Se l'unica risposta possibile alla domanda fosse falsa, la sua negazione sarebbe vera, ma non c'è un'altra risposta possibile, dunque quell'unica risposta possibile deve essere vera.

2° teorema:

¬ x (A'x zy ((Az Ay) z = y))

Non esiste alcuna domanda che ha una sola risposta possibile.

Dimostrazione:

Se prendo una risposta qualsiasi di quelle possibili rispetto ad una domanda, se nego questa risposta o ottengo un'altra risposta e quindi chiudo tutte le risposte possibili, oppure questo non accade, il che vuol dire che le risposte possibili sono più di due.

Esempi:

Devo decidere proprio adesso?

Prendo la risposta “Sì, devi decidere adesso”, la nego e ottengo un'altra risposta possibile: “No, non devi decidere adesso.”

Come funziona un bit?

Prendo la risposta “I bit seguono un codice binario 1, 0”, la nego e ottengo una risposta non possibile “I bit non seguono un codice binario 1,0”. La negazione della prima risposta non chiude la totalità delle risposte possibili, dunque le risposte possibili alla domanda sono da tre in sù.

In entrambi i casi non può essere che esista una sola risposta possibile per una domanda.

3° teorema:

(∀x(A'x → ∃zy((Az Ay) vwu((Av Aw Au) → (v = w v v = u))) ((w = 1 u = 0) v (w = 0 u = 1))

Se una domanda ha due risposte possibili, questo significa che una delle due risposte è vera e l'altra è falsa.

Dimostrazione:

Se una risposta viene contrassegnata come falsa, come si ricava bene dalle tavole della verità o il metodo di Boole, la negazione di un enunciato falso diventa vero. Se l'enunciato è 0, allora se faccio 1 – 0 = 1, se invece è 1, allora 1 – 1 = 0.


Esempio:

Alla domanda “è Maria l'assassina?” le risposte sono solo due: sì è stata lei; non, non è stata lei. Se la prima è falsa, negandola si ottiene la seconda e questa negazione deve essere necessariamente vera.

4° teorema:

x (A'x ∧ ∃vyz ((Av Ay Az) ∧ (v y v z y z)))

Esistono domande che hanno più di due risposte.

Dimostrazione:

Se prendiamo una risposta possibile di una domanda qualsiasi, quando la neghiamo, se non otteniamo una risposta possibile, questo significa che le risposte possibili della domanda non finiscono con due: una e la negazione di questa.

Esempio:

Quanti colori sono presenti nella coda di un pavone?

Se rispondessimo “3”, negando e dicendo “non 3”, non otterremo una risposta possibile alla domanda. In realtà è possibile rispondere anche “5”, “6”, “1”, ecc.

5° teorema

x y((Ax Ay) ((Ax = 1) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 0) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 1) (Ay = 0))

È possibile che esistano più risposte vere ad una sola domanda se queste non si contraddicono a vicenda.

Dimostrazione:

Ogni risposta potrebbe essere letta come negazione di un'altra risposta. Se chiedo “di che colore è la tua giacca?”, la risposta “verde” può essere interpretata come “non rossa”, quella “rossa” come “non verde”. Se dicessi che è verde e rossa, a meno che non intenda riferirmi a singole parti differenti della giacca, produco le contraddizioni: “la giacca è verde e non verde”; “la giacca è rossa e non rossa”. Tuttavia non sempre il caso è di questo tipo e spesso molte risposte sono tutte vere semplicemente perché danno più informazioni su un certo oggetto. Se chiedo “Che cos'è Wordpress?” posso rispondere “ è un software”, potrei anche dire “è un CMS (content managment system)”, oppure dire che “è una piattaforma basata sul linguaggio PHP”. Sono tutte risposte vere che denotano aspetti dell'oggetto.


6° teorema:

x(A'x ∧ ∃y( By A' ∧ By = 0)) → v(Av → (Av= 0)))

Se una domanda contiene almeno una assunzione che si rivela essere falsa, tutte le sue risposte possibili sono false.

Esempio:

La domanda “come si divide un numero per 0?” contiene l'assunzione “i numeri sono divisibili per 0”. Siccome questa assunzione è falsa, ne segue che questa domanda non potrà avere una risposta vera.

Il primo teorema dice qualcosa su un caso che è del tutto inverosimile, ossia che una domanda possa avere una sola risposta possibile. Di questo caso ci dice che quella risposta, in quel caso veramente improbabile, sarebbe sempre vera. Il secondo teorema dimostra che il caso presentato dal primo teorema è del tutto impossibile. Da questo si deduce che una domanda deve almeno avere due risposte possibili. Il terzo teorema dice qualcosa di importante sul caso delle domande che hanno due risposte possibili, ossia dice che una delle due risposte deve essere vera e l'altra falsa. Il quarto teorema asserisce che non ci sono solo domande con due risposte possibili, ma esistono anche domande con più di due risposte possibili. Il quinto teorema dice qualcosa di importante su questo ultimo tipo di domande: è possibile che più di una risposta sia vera, se e solo se queste risposte non si contraddicono a vicenda, ossia se non si dà il caso che una è vera solo quando l'altra è falsa. Il sesto teorema genera una eccezione al terzo teorema, perché dice che se una domanda contiene assunzioni false, questa domanda non potrà mai avere delle risposte possibili vere.

Esiste un altro genere di teoremi, un genere di teoremi che non si rivolge alle risposte delle domande, ma alle domande stesse e solo a queste.

1° teorema

x(A'x → ∃y(A''y ∧ ( A'x A''y))

Ogni domanda presuppone sempre almeno un'altra domanda.

Dimostrazione:

Sapendo che la domanda è composta di una struttura domandante/domandato e sapendo che non esistono domande il cui domandante è nullo. Questo significa che ogni domanda ha un contenuto di qualche tipo che differisce dalla cosa che la domanda stessa chiede e questo implica che quel contenuto rimandi a qualche altra domanda, rispetto alla quale esso costituisce una risposta.

Esempio:

Domanda: “a quale specie appartengono gli scoiattoli?”. Questa domanda se si usa C. si vedrà bene che contiene concetti da chiarificare e se si un S.A.N.D. si vedrà bene che la domanda implica delle assunzioni. I concetti rimandano a domande definitorie, mentre le assunzioni sono risposte ad altre domande.

2° teorema

¬ x (A'x y ( A''y Pxy))


Non esiste una domanda che viene gerarchicamente prima di tutte le domande.

Dimostrazione:

Ogni domanda, secondo il teorema precedente, rinvia necessariamente ad altre domande, dunque non esiste domanda che non presupponga altre domande e che quindi sia prima rispetto a tutte le domande.



5) Ontologie delle domande

Un'ontologia non è altro che una classificazione o una tassonomia di una serie di oggetti, in questo caso le domande. A seconda di come dividiamo le domande per specie costruiremo dei modelli ontologici di domande completamente diversi. I modelli, come ho detto, sono più di uno e certamente il modello che scegliamo di adottare influenzerà il nostro modo di fare problematica. Io adotto un particolare tipo di ontologia delle domande che è costruito sulle opzioni che la domanda ci fornisce, ossia sul numero di risposte. Il mio modello ontologico è il seguente:





Il genere più grande chiaramente è quello di domande, poi comincio a dividere quelle domande che hanno solo due tipi di risposte possibili da quelle domande che hanno più di due risposte possibili. A questo punto vengono tre specie di domande. Di questi tre tipi di domande le prime due si riferiscono esclusivamente alle domande che hanno solo due risposte possibili, mentre il terzo tipo appartiene all'altro genere, ossia quello delle domande che hanno almeno più di due risposte possibili. Vediamo queste tre specie di domande:

1) Domande prime:

Le domande prime sono domande che hanno solo due risposte possibili, ma hanno una caratteristica particolare: una delle due risposte contraddice la domanda, perciò, per il terzo teorema, l'altra risposta deve essere necessariamente vera. Prendiamo due esempi semplici: “Esistono domande?”; “Esiste una ragione delle cose?”. Alla prima domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe riconoscere che quella è una domanda, dunque è vero al contrario che esistono domande. Alla seconda domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe il fatto che non esiste nessuna ragione per la nostra risposta, quindi non potremmo nemmeno giustificarla.


2) Domande seconde:

Le domande seconde sono domande che hanno due tipi di risposte possibili, ma per le quali non vale quel che ho detto per le domande prime. Un esempio di domanda seconda: “C'è un modo per inserire immagini in Blender?”. In questo caso non ci resta che analizzare le risposte per capire quale delle due è corretta e quale sbagliata.


3) Domande terze:

Le domande terze sono domande che hanno più di due tipi di risposte. Un esempio: Che cos'è un mark up?

Le domande prime sono molto preziose perché la risposta è facile da trovare nello studio della relazione tra la domanda e la risposta stessa, tuttavia questo non significa che non ci siano problemi. È importante conoscere bene le domande prime e trovarne quante più se ne riesce, in quanto sono le più semplici domande a cui rispondere. Tuttavia queste domande, come tutte le altre, non posso evitare dei S.A.N.D. o dei C. Se prendo una domanda prima come “ci sono risposte alle domande?”, quando qualcuno risponde “no” sembra dire qualcosa di contraddittorio, ma questa persona, a questo punto, può ancora farci due obiezioni: dire che la nostra domanda contiene assunzioni che lui ritiene sbagliate; dire che non condivide il nostro concetto di risposta e che se usassimo il suo non si produrrebbe alcuna contraddizione. Guardando agli altri due tipi di domande si possono ancora osservare un paio di cose: che dalla forma della domanda si può identificare il tipo e che probabilmente ci sono ulteriori sottospecie di domande. Una domanda seconda lascia sempre due opzioni, per questo la si riconosce facilmente. Mentre per le domande terze qualsiasi domanda che incominci con: come, quando, dove, perché, chi, cosa, costituisce una domanda terza. Come sottospecie delle domande seconde è almeno riconoscibile la domanda di esistenza: esiste o non esiste x? Nel caso delle domande terze è almeno riconoscibile come sottospecie la domanda definitoria, ossia “Che cos'è x?”, ma anche delle domande di luogo (Dove?), tempo (Quando?), metodo (Come?) e così via.


6) Strategie per rispondere alle domande

Se si adotta il mio modello ontologico delle domande, esistono dei metodi per rispondere alle domande che sono orientati a quel modello e che qui ho intenzione di illustrare. Le domande prime sono facili da risolvere perché seguono questo schema: ci sono due risposte, una contraddice la domanda, dunque è falsa e da questo ne segue che l'altra è necessariamente vera. Supponiamo che la domanda sia A', le due risposte saranno A e ¬ A. Nelle domande prime le risposte sono in una relazione per cui una è negazione dell'altra. In questo caso quando una delle risposte contraddice la domanda, l'altra è necessariamente vera, dunque non è difficile rispondere correttamente a queste domande, una volta che è stata individuata una contraddizione. Un esempio di domanda prima: È possibile conoscere qualcosa? La risposta “non è possibile conoscere nulla” è insensata e certamente implicherebbe la domanda “come fai a saperlo?”. È chiaro che è contraddittorio dichiarare che si sa che non si può sapere niente. A questo punto la risposta è sicura, tuttavia rimane ancora un problema: dal fatto che qualcosa è conoscibile non si può inferire che ogni cosa è conoscibile e nemmeno che una certa cosa particolare è conoscibile. La risposta “sì, è possibile conoscere qualcosa” non ci dice cosa è possibile conoscere, ci dice solo che almeno questo lo sappiamo e che se fingessimo di sapere il contrario, stiamo solo fingendo.

Nel caso delle domande seconde si può tentare di seguire lo stesso schema, ma con importanti differenze. Nelle domande seconde accade questo: ci sono due risposte possibili e queste non possono essere asserite come vere allo stesso tempo. Se si sceglie una delle risposte e si tenta di dimostrare la verità di questa risposta, questo sarebbe un atteggiamento sbagliato, in quanto, in quel caso, si assumerebbe già la verità di quella risposta. Non dobbiamo essere guidati da preferenze, dobbiamo considerare tutte e due le risposte allo stesso tempo. Prendendo ciascuna delle due risposte si devono analizzare le conseguenze che derivano dall'assumere quelle risposte come vere, ossia bisogna vedere cosa ne conseguirebbe se le cose stessero in un certo modo. Si incomincia con entrambe le risposte, si percorrono dei cammini a partire dalle conseguenze, quando in uno dei cammini si arriva ad una contraddizione l'altra risposta risulta vera. La contraddizione si produce in vari modi: una informazione già conosciuta contraddice una delle derivazioni; un fatto contraddice una delle derivazioni.

Un esempio di domanda seconda: è lo struzzo un uccello? La risposta “no” avrebbe come conseguenza che lo struzzo non ha quelle caratteristiche che lo rendono come tale un uccello, per esempio potremmo pensare al fatto che non è in grado di volare. Tuttavia, se abbiamo l'informazione che le galline sono degli uccelli, possiamo derivare che questa osservazione è sbagliata e che la risposta “no” deve trovare altre ragioni per dimostrare che lo struzzo non è un uccello. Qualora non se ne trovassero, ne seguirebbe che la risposta “si, è un uccello” è quella vera, dal momento che non vi sono qualità dell'uccello che mancano allo struzzo.

Nel caso delle domande terze, seguire lo schema delle domande prime è difficile, ma non è del tutto impossibile. Esiste un metodo per fare questo ed è il metodo che io chiamo: metodo Cluedo. Il problema delle domande terze è che hanno più di due risposte possibili e il numero esatto di risposte possibili non è possibile saperlo. L'unica cosa che si può fare è cercare di catturare con un metodo il maggior numero di risposte possibili che si riesce rispetto al totale indefinito delle risposte possibili di quella domanda terza. Una volta fatto questo è possibile all'interno di quell'insieme di risposte usare un metodo per scartare tutte le risposte che sono contraddette da informazioni o da fatti, in modo che ne rimanga solo più una o quelle poche che possano dirsi vere.

Il metodo che intendo presentare segue lo schema del famoso gioco Cluedo dove i giocatori devono scoprire chi è stato a commettere un certo omicidio, dove è avvenuto questo omicidio e con che arma è stata uccisa la vittima. Il gioco è governato da tre domande: chi è l'assassino? Dove è avvenuto l'omicidio? Con che arma è stata uccisa la vittima? A queste domande si aprono una serie di risposte possibili che sono date dal numero finito di carte del mazzo. Ci sono tre tipi di carte nel mazzo: possibili assassini, possibili luoghi del delitto, possibili armi del delitto. Ogni singola carta rappresenta un elemento, mentre le tipologie di carte costituiscono delle serie. Se si prende una carta da ogni tipo si ottengono delle combinazioni possibili, ad esempio: Anna nella veranda con la spranga, Matteo con il fucile nella sala da biliardo, Gianni nella camera da letto con il veleno, ecc. Nel gioco accade che le tre carte che rivelano chi è l'assassino, dove è stato commesso l'omicidio e quale arma è stata usata, sono messe da parte rispetto al mazzo e i giocatori devono indovinare che carte sono. Di tanto in tanto viene pescata da un giocatore una carta dal mazzo. Questa carta conferisce un'informazione al giocatore. Egli sa che non è stata una certa persona, che non è avvenuto l'omicidio in un dato luogo o che non è stata usata una certa arma. In questo caso il giocatore può escludere una o più delle risposte possibili. Per esempio, se pesca la carta Anna, sa che tutte le ipotesi che avevano Anna come assassina sono tutte false, perché la sua carta è nel mazzo e non è uno di quelle tre messe da parte. Il gioco va avanti seguendo questo schema, fino a che non si scoprono la stanza, l'arma e l'assassino.

La mia proposta è di seguire lo schema di questo gioco per risolvere la questione delle domande terze, se si intende continuare a seguire lo schema suggerito prima dalle domande prime e poi dalle domande seconde. Bisogna costruire delle serie e assegnare una serie di elementi alle serie. Prendendo un elemento per ogni serie è possibile costruire una risposta possibile ad una domanda e facendo questo con tutte le serie si costruisce un set di risposte possibili alla domanda. Il problema in questo metodo è come stabilire le serie da inserire e i vari elementi. Questo dipende dalle informazioni che già possediamo sull'argomento. In questo caso gioca un ruolo notevolmente importante l'operatore R.I.D.

Alla domanda “che cos'è la libertà?” potremmo tentare di rispondere trovando una serie di opzioni su ciò che essa potrebbe essere a partire da quel che sappiamo sulla libertà. Possiamo, per esempio, costruire una serie di elementi “autodeterminazione, indipendenza, causa prima di una serie di azioni, vivere nel proprio spazio senza interferenze, fare ciò che si vuole, agire in conformità del proprio intelletto, il superamento dell'istinto animale”. Questa incomincia ad essere una serie di risposte possibili. Analizzando alcune risposte potrebbe capitarci di trovare risposte che dicono la stessa cosa, altre che non possono stare assieme, altre ancora che colgono degli aspetti del tema. Ogni risposta risolve il problema, ma non lo fa scomparire, in quanto ogni risposta implica nuovi concetti e rimanda ad altre domande.

Esiste un altro metodo per rispondere alle domande terze che consiste in questo: usare l'operatore R.I.D., trovare tutte le informazioni che si sanno sul dato e costruire con queste un'ipotesi di risposta, testare la risposta e vedere se supera quel famoso test di contraddizione, se questo non accade, provare con un'altra ipotesi di lavoro con nuove informazioni.


7) Gerarchia delle domande

Il secondo teorema delle domande afferma che non esiste una domanda che viene prima di tutte le domande e che non rinvii ad altre domande. Tuttavia con questo non è stata eliminata la gerarchia e questo non significa che non possa esserci un insieme finito di domande che si rimandano a vicenda da cui tutto dovrebbe derivare. Quindi rimangono ancora attivi due problemi: che ogni domanda è sempre in due relazioni (viene prima di certe domande; viene dopo di certe altre); è possibile che esista un numero finito di domande da cui tutte le altre si ricavano.

Seguendo il mio modello ontologico esistono tre possibilità principali: o si incomincia con le domande prime, o si incomincia con le domande seconde, oppure con le domande terze. Sarebbe molto bello incominciare con le domande prime e dimostrare che sono queste le prime domande, visto che da queste si ricavano risposte sicure. Tuttavia questo non è possibile. È sufficiente fare un C. o un S.A.N.D. per accorgersi che le domande prime implicano domande terze e seconde.

Se si decidesse di incominciare con le domande seconde non avrebbe alcun senso ugualmente, infatti le domande seconde, se si applica un C., si scopre che implicano almeno delle domande terze e potrebbero anche implicare delle domande prime.

Dato che il C. è un processo necessario per tutte le domande e le domande che sono implicate dal C. sono domande definitorie terze, si potrebbe pensare di incominciare da questo tipo di domande. Tuttavia anche questo tentativo non funziona, perché basta applicare un S.A.N.D. per accorgersi che le domande terze implicano delle domande seconde.

All'interno delle domande esistono almeno due sottospecie di domande che, pare, vengano prima delle altre: le domande definitorie e le domande di esistenza. Le prime sono domande terze della forma “che cos'è x?”, le seconde sono domande seconde della forma “esiste o non esiste x?”. L'esistenza o meno di x implica il sapere cosa è x, ma allo stesso tempo sapere cosa è x implica il domandarsi se x esista o meno. Questo è il problema che è emerso anche in ontologia ed è formulato con questa domanda seconda: bisogna sapere cosa sono le cose per dire che esistono, oppure bisogna sapere se esistono per dire cosa sono? Quel che è certo è che le domande definitorie rinviano a quelle esistenziali e quelle esistenziali a quelle definitorie. A questo punto potrebbe essere che dalla combinazione di questi due tipi di domande, si ricavi un insieme finito di domande da cui partire e da cui derivare tutte le altre. Una possibilità che io stesso ho visionato è che le domande che vengono per prime siano queste cinque:

    1 che cos'è l'essere?
    2 che cos'è l'ente?
    3 che cos'è l'esistenza?
    4 che cosa sono le essenze?
    5 esistono le essenze?

Se tutte le domande, una volta applicato un C., rinviano a domande definitorie del tipo: “che cos'è x?”, il domandante di questa domanda implica solamente i concetti di “ente” (cosa) e di “essere”. Quindi le domande sono: che cos'è l'essere?; che cos'è l'ente?. Si può obbiettare che queste domande definitorie implicano l'esistenza di una prospettiva molto particolare: quella della teoria essenzialista. La definizione è una lista di qualità che descrive la natura dell'ente, la natura dell'ente è, in questo senso, l'essenza. Ma cosa accade se io non credo nelle essenze? Tutte le domande definitorie perdono di significato per me. A questo punto queste domande implicano la domanda seconda “esistono le essenze?”, la quale implica la domanda terza “che cos'è l'esistenza?”. Assumere un modello di questo genere significa rispondere alla terza domanda necessariamente “sì, esistono le essenze”, altrimenti le altre tre domande perdono di significato. Tuttavia, io stesso che non credo negli universali avrei difficoltà ad adottare un modello di questo genere.

Ora io suppongo che ogni forma di sapere risponda ad un numero finito di domande e che questo numero finito di domande permetta di individuare un dato sapere. Quindi la fisica, ad esempio, deve rispondere ad un insieme finito di domande che sono elementi di un insieme: l'insieme delle domande della fisica. La stessa cosa vale per ogni altra disciplina: filosofia, chimica, biologia, ecc. All'interno di ciascuno di questi insiemi sono individuabili, a loro volta, delle domande che vengono prima di tutte le altre. Queste domande le chiamo “domande di primo ordine”. È importante che la scienza risponda prima a queste domande perché in queste risposte trova i suoi fondamenti. Alcuni concetti sono necessari per fare scienza, rispondere alle domande di chiarificazione di questi concetti diventa essenziale nelle scienze.








8) Campi dei problemi

La problematica usa un metodo basato sulla logica-matematica, si fonda su una serie teoremi e utilizza degli operatori per studiare le domande. Inoltre la problematica definisce dei metodi per rispondere alle domande, seguendo determinate ontologie delle domande, ossia determinate classificazioni delle domande. La problematica inoltre ha un metodo per studiare lo spazio del problema e quali sono le posizioni assunte rispetto al problema. Lo spazio del problema è quell'insieme di opzioni di risposta che il problema lascia aperto. Queste opzioni sono chiaramente le risposte possibili. Se si prende un piano orizzontale, questo piano potrebbe rappresentare lo spazio del problema. Ora si tratta di dividere quello spazio in tante parti almeno per quelle posizioni possibili che sono state assunte nei confronti di un problema. Con le domande prime e le domande seconde, il discorso è molto semplice: essendo le risposte possibili due, allora lo spazio sarà diviso in due. Nel caso delle domande terze il discorso è decisamente più complesso. Infatti come possiamo conoscere tutte le risposte possibili a queste domande? Possiamo tuttavia conoscere quelle posizioni che hanno assunto i vari studiosi, gli scienziati o i filosofi, nei confronti di un certo problema, di modo tale da dividere lo spazio del problema per il numero delle posizioni assunte.

Il caso semplice, come ho già detto, consiste in quello delle domande seconde e delle domande prime, le quali hanno solo due risposte possibili. Partendo da questo è già possibile illustrare una struttura di base di un campo di problemi. Il campo, come ho già detto, è diviso in due parti, queste due parti hanno delle caratteristiche speciali che si riferiscono all'ambiente e al paesaggio. Ad ognuna delle due posizioni va assegnato un paesaggio specifico. Esempio:

- deserto

- savana

- foresta innevata

- pianura

-steppa

- giungla

Questi elementi servono per contraddistinguere una zona nel campo da un'altra. È possibile pensare il deserto e la giungla come due opposti, uno molto povero e un altro molto ricco. È un opposizione di base che potrebbe tornare molto utile in un caso come questo, laddove le risposte sono solo due e una è l'opposto dell'altra. Le risposte sono normalmente: A e ¬ A. Ad A si può assegnare la giungla e a ¬ A il deserto, visto che la seconda rappresenta solo una negazione. Prendendo la domanda prima “Esiste qualcosa di dimostrabile?” le sue risposte possibili saranno: sì, qualcosa è dimostrabile; no, nulla è dimostrabile. In questo caso abbiamo un campo diviso in due: una zona di giungla e una di deserto. Tuttavia queste due zone non possono toccarsi, in quanto è impossibile che tutte e due le risposte siano vere, per questo esiste una disgiunzione esclusiva tra le due risposte. È interessante vedere come determinati operatori logici, come ad esempio l'or o l'and, sono facilmente traducibili in elementi scenici. Una disgiunzione può essere rappresentata facilmente da qualunque cosa divida due territori: montagne, fiumi, laghi, muri, ecc. Una congiunzione può essere rappresentata da qualsiasi cosa congiunga due territori: ponti, vallate, sentieri, valichi o canali sotto le montagne che collegano parti opposte, ecc. Nel caso delle domande prime e seconde quello che serve è un elemento che divida totalmente le due risposte. Come elemento si può usare semplicemente un bel fiume che divide le due posizioni.

A questo punto rispetto alla domanda prima che ho citato precedentemente ci troviamo in un situazione di questo tipo: la mappa ha un deserto e una giungla ai due lati, i quali sono divisi da un fiume. Le varie parti sono divise in esagoni che costituiscono delle unità-territorio. Su ognuna di queste unità-territorio è possibile collocare un personaggio che sta per il soggetto che sostiene quel tipo posizione. Il personaggio costituisce un'unità-armata. Il numero delle unità-armata costituisce il numero dei sostenitori di una posizione rispetto ad un problema. Anche se il numero fosse molto alto da una parte e molto basso dall'altra, questo non conterebbe nulla, infatti la risposta corretta potrebbe essere quella sostenuta dalla minoranza. Il campo dei problemi serve solo per studiare lo spazio del problema, cercando di individuare le vari posizioni che si possono assumere e i vari vantaggi. Questo tipo di conoscenza si acquisisce sia osservando questo spazio, sia nel costruirlo. Quando una posizione ha dei punti di forza, ovvero degli elementi a suo favore, questi elementi possono essere rappresentati da dei cannoni che puntano sulla posizione contraria. In una domanda prima, laddove una delle due risposte è vera perché l'altra contraddice la domanda, i cannoni sono tutti da un solo lato. Nella domanda seconda i cannoni vanno assegnati mano a mano che si trovano punti di forza per una data risposta.


Il caso più complicato, come ho già detto, è costituito dalle domande terze, ma forse potrebbe essere quello più eccitante. In questo caso i paesaggi non sono due semplici opposti, ma saranno molto più variegati. Inoltre, in questo caso, è possibile aggiungere altri elementi scenici degni di interesse. Per esempio si può inserire una città per rappresentare una comunità che sostiene un'accezione specifica all'interno di una determinata posizione.

Vediamo un esempio concreto: le posizione in filosofia nei confronti del problema del rapporto tra la mente e il corpo in filosofia della mente.

Queste posizioni le dividiamo in tre: eliminativisti, riduzionisti e non-riduzionisti. Il campo è ora diviso in tre: deserto, savana, foresta nera. Una catena montuosa divide i non-riduzionisti dagli eliminativisti, mentre i non-riduzionisti dai riduzionisti sono divisi solo da un fiume e così accade anche per l'altra coppia. In questi tre territori è possibile collare unità-armate di chi sostiene determinate posizioni, ad esempio i Curchland rientrano sotto gli eliminativisti o Chalmers sotto i non-riduzionisti. Guardando allo stato attuale della scienze neurofilosofica e i suoi risultati di ricerca, è possibile assegnare dei cannoni per ogni risultato che porta punti a favore di una posizione rispetto ad un'altra. All'interno dei non-riduzionisti è possibile riconoscere almeno una comunità (città) di fenomenologi. Tuttavia è problematico se queste posizioni come la fenomenologia, o altre ancora come il pampsichismo, siano davvero tutte su un solo lato. Se non così, questo apre la possibilità, in alcuni punti, di creare delle congiunzioni, ad esempio tra i non riduzionisti e i riduzionisti, congiunzioni che possono facilmente essere rappresentate da ponti che permettono di passare da un lato del fiume all'altro.

Questo è lo stato dell'arte della problematica, ossia fino ad ora sono arrivato a questo punto. Ora sono aumentati gli operatori di numero e i vari teoremi. Inoltre è stato sviluppato meglio un sistema per cartografare i problemi e quindi studiare il loro spazio. Rimangono ancora parecchi problemi aperti: se esistano davvero delle domande che vengono prima di tutte le altre; quali siano le domande di primo ordine per ogni scienza e come individuarle; la logica delle domande rimane qui, tutto sommato, ancora un abbozzo.